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Il clima affossa il Pil italiano | L’analisi

Guerre, dazi e clima.

È questa la sintesi dei rischi strutturali per l’economia italiana, nella prima nota sulla congiuntura prodotta nel 2026 dall’Ufficio parlamentare di bilancio, il cui compito è vigilare sull’andamento della finanza e dell’economia del nostro paese.

Il documento è figlio delle inquietudini del momento, del turbolento mese di gennaio osservato sulla scena internazionale, tra guerre in corso o minacciate, e dello shock della tempesta Harry e della frana di Niscemi sul piano nazionale.

Rischi climatici

Il monito sul clima dell’organismo indipendente che vigila sui conti dello stato arriva proprio alla fine del documento pubblicato ieri: “Il riscaldamento globale continua a generare eventi meteorologici estremi, non ultimi quelli che hanno recentemente funestato il Mezzogiorno d’Italia. La crescente frequenza e intensità di questi fenomeni fa sì che non si possano escludere nuovi eventi nell’orizzonte di previsione”.

Sintesi: non si può progettare il futuro dell’Italia senza valutare i rischi climatici, che dovrebbero essere trattati con la stessa serietà con cui si affrontano quelli geopolitici, le tensioni militari e quelle commerciali.

L’Ufficio parlamentare di bilancio aggiunge che “fenomeni particolarmente forti, o localizzati in aree ad alta densità di insediamenti produttivi, avrebbero effetti non trascurabili anche sul complesso dell’economia nazionale”.

Insomma, arriveranno altri eventi estremi e si può solo pregare che non colpiscano lì dove potrebbe fare più male all’economia italiana.

L’informativa di Musumeci

Il documento è stato diffuso mentre il ministro della Protezione civile e del mare, Nello Musumeci, parlava al Senato di come il governo sta affrontando le conseguenze dei fatti di fine gennaio in Sicilia, Calabria e Sardegna.

Musumeci ha spiegato che ancora non è stato possibile fare una valutazione completa dei danni.

Si sta procedendo proprio in questi giorni a una stima più attendibile possibile”, dopo la quale arriveranno le risorse promesse dal governo Meloni alle tre regioni colpite.

Un ritardo che ha fatto dichiarare a Elly Schlein: “Giorgia Meloni ha abbandonato il Sud, non da oggi, con scelte costanti. Sempre gli stessi territori lasciati indietro”.

Musumeci ha fatto un criptico riferimento agli “sciacalli in giacca e cravatta” che avrebbero speculato sulla frana di Niscemi e ha parlato delle vulnerabilità strutturali dell’Italia: “Il rischio frane in Sicilia non è emergenziale ma strutturale: secondo i dati dell’Ispra aggiornati al 2024 circa nove comuni su dieci nell’isola presentano aree ad alto rischio frane. La situazione non è certo migliore nel resto d’Italia dove secondo gli scienziati oltre il 94 per cento dei comuni si trova in territori esposti al rischio idrogeologico, rischio valanghe ed erosione costiera”.

Cosa fare con i numeri

Sono numeri veri, il problema è cosa si fa con questi numeri, che tipo di consapevolezza si sceglie di avere in un paese dove l’adattamento climatico dovrebbe diventare una delle priorità nazionali e invece il piano nazionale continua a non essere applicato ed è senza risorse economiche.

Luigi Pasotti è un agrometeorologo, fa monitoraggi climatici in Sicilia da vent’anni, è referente dell’Ispra.

In un post sul blog specializzato Climalteranti, firmato insieme a Stefano Caserini con contributi di Giorgio Vacchiano, ha ricordato che “il ciclone mediterraneo Harry è stato un evento meteomarino senza precedenti da tanti decenni. Certamente in passato non c’erano boe che potessero misurare altezze d’onda di oltre sedici metri; certamente le fasce costiere non erano vulnerabili come sono diventate nei decenni a causa di un’antropizzazione estrema e di una grave erosione costiera. Tuttavia, il fenomeno è stato così fuori scala che i primi tentativi di rintracciare nel passato fenomeni comparabili, per ora non hanno trovato nulla di simile nelle cronache”.

Un territorio vulnerabile

Un territorio con le vulnerabilità ricordate da Musumeci al Senato si trova ad affrontare sempre più eventi fuori scala, come la tempesta Harry.

È questa combinazione di dissesto e clima che ha spinto l’Ufficio di bilancio a mettere il riscaldamento globale tra i rischi più seri per la nostra economia.

Rischi di congiuntura, nel presente, non solo nel futuro remoto.

Basta leggere le statistiche: alla fine del 2025 era stato pubblicato il Climate Risk Index di Germanwatch, il più completo sul grado di impatti del cambiamento climatico paese per paese.

Nell’ultimo decennio gli eventi estremi sulla scala di Harry sono stati globalmente 9.700 e hanno causato danni economici per un totale di 4,5 trilioni di dollari (al netto dell’inflazione).

Oltre tre miliardi di persone vivono nei trenta paesi più colpiti da tempeste, siccità e inondazioni.

Tra questi ci sono appunto gli italiani, sedicesimo paese con più danni al mondo.

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