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[Il caso] La Confindustria attacca il ministro Orlando: «È un ricatto vincolare gli aiuti agli aumenti salariali». La replica: «Ma quale patto volete?»

Gli imprenditori italiani sono eroiche «non vengono riconosciuti», ma noi sappiamo i sacrifici che stanno facendo «perché se l’inflazione non è ancora esplosa in questo Paese è perché gli imprenditori, come le filiere produttive hanno assorbito i rincari». Lo ha detto, intervenendo alle celebrazioni dei 50 anni di Confindustria Emilia-Romagna, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. «L’inflazione core in Italia» ha aggiunto «è più bassa della media europea, caso stranissimo, perché ce li siamo assorbiti tutti noi quei rincari con grande responsabilità sociale. Ma adesso non ce la facciamo più».

«Gli imprenditori italiani hanno dimostrato un grande senso di responsabilità» ha proseguito. «Se questo Paese è rimasto in piedi e ha garantito reddito è perché l’industria italiana ha resistito, perché gli industriali hanno fatto ricerca, sviluppo, hanno creduto nel loro Paese. E cosa abbiamo ottenuto in cambio? Ci hanno tolto il Patent Box, hanno disintegrato Industria 4.0, e» ha concluso Bonomi «l’ultima Legge di Bilancio ha tolto 12 miliardi al sistema produttivo italiano nel momento in cui bisognava sostenerlo».

Attacco ad Orlando

«Ministro Orlando non è quella la strada. Dire aiuti alle imprese con aumento salari è un ricatto. Che modo è di porsi da parte di un ministro della Repubblica? È questo il patto che ci proponete? Noi crediamo che sia un’altra strada». Lo ha detto, intervenendo alle celebrazioni per i 50 anni di Confindustria Emilia-Romagna, il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. «Il vero taglio che dobbiamo fare» ha aggiunto «è quello del cuneo fiscale: questa è equità sociale. Questa è la strada che dobbiamo perseguire».

A giudizio del numero uno di Confindustria «il Patto per l’Italia si costruisce tutti insieme, non con i ricatti. Vede, caro ministro Orlando» ha osservato «non è quella la strada, dire daremo aiuti alle imprese solo se aumenteranno i contratti perché quello è un ricatto. È questo il Patto per l’Italia che ci proponete? Noi crediamo invece che sia un’altra strada».    

Questa, ha argomentato ancora, «è l’ennesima e ulteriore conferma di quel sentimento antindustriale che pervade ancora una parte del nostro Paese. Noi siamo in un Paese in cui le competenze sono trascurate, noi siamo in un Paese in cui si pontifica sull’impresa da parte di chi non ha fatto un giorno di lavoro in fabbrica».

«Noi» ha sottolineato ancora Bonomi «è dalla formazione dell’ultima legge di bilancio che stiamo insistendo per mettere più soldi in tasca agli italiani con il taglio contributivo del cuneo fiscale, per rendere competitive le nostre imprese: specialmente oggi è impensabile con l’aumento del costo delle materie prime, del costo dell’energia, con margini che si sono contratti i margini, che noi si possa aumentare i salari. Dobbiamo mettere i soldi in tasca agli italiani diminuendo le tasse».

La replica del ministro

Quella dei salari «è la questione» del Paese. Così il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, intervenendo alle Agorà democratiche sulle retribuzioni giuste. «Lo è per ragioni di carettere identitario e di tenuta democratica» ha detto. «Mentre prosegue il conflitto bisogna guardare con grande attenzione al rischio che le diseguaglianze alimentino forme di nazionalismo e populismo».

Orlando ha detto di sentire «voglia di patti, ma non ho capito cosa si mette dentro. Se patto è andare e chiedere qualcosa non si chiama patto. Se lo è, ognuno mette qualcosa. Nel momento in cui c’è una situazione drammatica, il patto può consistere nel fatto che a fronte di un sopporto alle imprese queste assumono un impegno al rinnovo e all’adeguamento dei contratti. Non mi sembrava una proposta eversiva, la risposta è stata quella che abbiamo letto. Sorprende questa reazione, mi dà l’idea di una inconsapevolezza di quello che può prodursi nei prossimi mesi in questo Paese, in termini economici e sociali. Rischiamo non solo una crisi sociale, ma anche una caduta della domanda interna. Le imprese dovrebbero preoccuparsi anche di questo».

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