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Il cannibale elettorale e il ciclo del risentimento. Ecco il vortice che minaccia tutti i leader | L’analisi dell’economista Giuseppe Coco

La comunicazione di Giorgia Meloni è sicuramente originale. In termini generali ha conservato una capacità di sorprendere con iniziative innovative come la boutade di TeleMeloni. Anche in questo caso l’uscita del Presidente del Consiglio è azzeccata perché enfatizza tra i temi della campagna del PD quello a cui la gente è meno interessata in assoluto, la libertà di informazione (alla RAI in particolare), e su cui il PD è più vulnerabile considerando l’egemonia esercitata in passato. Quasi sempre la Presidente ha sempre scelto opportunamente tra i temi dei suoi avversari e per cui veniva attaccata, quelli che esponevano gli stessi avversari a critiche di opportunismo o ipocrisia, oppure quelli che erano in realtà particolarmente impopolari presso l’opinione pubblica.

Tuttavia, il punto di svolta nella sua popolarità non appare lontano per motivi oggettivi. I principali hanno a che fare col ciclo politico del risentimento e della rivendicazione che caratterizza la politica italiana da ormai 10 anni. Un ciclo ferreo che anzi diventa di ampiezza sempre più breve. Il ciclo comincia con un movimento o, più probabilmente, un leader audace nel denunciare le storture del sistema e promettere una svolta con alcune riforme concrete (in genere sul sistema fiscale, una dazione di denaro, o sul mancato funzionamento delle istituzioni). L’elettorato è ormai estremamente mobile rispetto ad alcuni decenni fa e porta invariabilmente il nuovo leader al 30 per cento (o più).

Il raggiungimento del potere è seguito dal pagamento della cambiale al proprio elettorato. A distanza di due anni il leader vincente manifesta ansie di controllo totale, una certa arroganza, sindrome da accerchiamento e tono polemico costante nella comunicazione. Si tratta di tratti tipici di un leader populista in ascesa, ma in un personaggio al potere diventano fortemente irritanti. Questa sindrome ha riguardato prima Renzi (con un ciclo e un progetto per la verità più ampio e non solo rivendicativo), poi il Movimento 5S, Salvini nel mezzo della scorsa Legislatura (che non è nemmeno riuscito ad andare alle urne e non ha mai capitalizzato il suo ciclo), e ora l’attuale Presidente. In tutti i casi precedenti il ciclo si è chiuso sistematicamente con la trasformazione del leader di turno in uno degli uomini (o donne) più detestati del paese.

È sfuggito a questo destino il solo Giuseppe Conte, che però è diventato Presidente del Consiglio senza aver partecipato alla fase di ascesa e di promessa. Inoltre ha dei tratti più vicini ad un politico della prima Repubblica e da Presidente del Consiglio ha adottato uno stile meno polemico. In ogni caso e ciononostante, il Movimento 5S è uscito dalla Legislatura pesantemente ridimensionato nel 2022. Va sottolineato che la fine del ciclo non ha molto a che fare con la mancata realizzazione delle promesse da parte del leader.

Ricordiamo che i 5S andarono al potere sulla base di due promesse essenziali, reddito di cittadinanza e taglio dei privilegi della classe politica, dai vitalizi al taglio dei parlamentari, entrambe realizzate. La seconda con un pesantissimo costo per il Movimento stesso in questa legislatura. Ma ciò non ha evitato il successivo crollo.

Né sembra essere particolarmente utile il controllo dell’informazione, tentato da tutti i leader in successione.

Il secondo motivo ha a che fare con il ciclo economico. Una serie di circostanze ha consentito nel primo anno di legislatura una congiuntura particolarmente fortunata per il nuovo governo. Una spesa pubblica esplosiva, giustificata inizialmente dalla situazione eccezionale della crisi COVID, a partire dal 2020 ha favorito un recupero veloce dell’economia italiana (che per la verità si è verificata anche in altri paesi in misura poco minore). Il superbonus (e associati) ha poi favorito situazioni di occupazione ottimali, senza cambiare però la struttura dell’economia nazionale.

La coincidenza ‘fortunata’ è stata che l’inflazione inattesa del 2022 ha limitato gli effetti delle spese record sul debito nel breve periodo. Con il debito emesso a tassi bassissimi negli anni precedenti, l’inflazione ne ha sgonfiato il valore reale (in termini di PIL), nonostante si spendesse a rotta di collo.

Oggi siamo alla resa dei conti. Mentre aumenta il conto degli interessi che paghiamo, matura velocemente anche il conto del superbonus e questo spiega probabilmente l’ansia del Tesoro che cerca in varie maniere di recuperare risorse e spazio per la prossima Legge di Bilancio, persino sotto elezioni. Intanto gli stipendi pubblici, che hanno perso 10 punti di potere d’acquisto, dovranno prima o poi recuperare e la sanità sta evidenziando i segni di un crollo sotto il peso di un finanziamento insufficiente da troppo tempo. Tutto questo richiederà risorse ulteriori, mentre ci sono 20 miliardi di misure finanziate per un solo anno (dalla decontribuzione, ai regimi fiscali speciali, a misure per lo sviluppo) che rischiano di non trovarne nel prossimo anno.

Il quadro, quindi, non è per nulla rassicurante e il mini-bonus sulle tredicesime non cambierà la situazione. La Presidente del Consiglio si troverà a breve, per responsabilità non solo sue, nelle condizioni di dover dire alcuni no pesanti, e in quella fase sarà difficile fare appello alla responsabilità delle altre forze politiche, a partire da quelle della sua stessa maggioranza. Esistono anche alcuni rischi nella scelta di rispondere in maniera aggressiva alle critiche dell’opposizione. Una volta abbandonata la postura connaturata con la carica di Presidente del Consiglio è difficile recuperarla quando serve. Anche una comunicazione abile, se non condita da una maggiore moderazione nei toni, potrebbe non essere un fattore di vantaggio in una situazione di difficoltà.

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