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Il campo largo è nudo, ma il governo deve riflettere | Le analisi di Massimo Franco, Francesco Bei, Marcello Sorgi e Claudio Cerasa

“La domanda, adesso, è se l’unità delle opposizioni sopravviverà
alla sconfitta di ieri in Abruzzo”.

Se lo chiede dalle colonne del Corriere della Sera il notista politico di punta del giornale, Massimo Franco.

 “Di colpo, le parti si sono invertite. Dopo l’affermazione del «cartello» Pd-M5S in Sardegna, due settimane fa, sembrava che contraddizioni e errori fossero franati nel campo di una destra traumatizzata. Ma stavolta il trauma riguarda le opposizioni”.

Il campo largo è nudo

“Mette a nudo divergenze profonde tra il partito di Elly Schlein, il Movimento di Giuseppe Conte e Azione di Carlo Calenda,
che la speranza di una replica del successo sardo aveva velato.

Il distacco bruciante del sette-otto per cento tra il candidato di sinistra e i grillini e quello della destra riporta impietosamente indietro le lancette politiche degli avversari del governo” prosegue Franco.

“Di nuovo, si pone il problema di amalgamare una forza come il Pd con le ambizioni dei Cinque Stelle; di armonizzare il «pacifismo» neutralista di Conte con l’atlantismo e la linea filo-Ucraina di Schlein”.

“E soprattutto, di capire chi guiderà l’opposizione. Forse non è scontato. 

Forse è esagerato dire che la Sardegna è stata solo un’anomalia.

Ma è difficile anche evocarla come l’inizio di una nuova fase”.

“Di certo, le opposizioni sono state rianimate dal simulacro di unità raggiunto a livello regionale: esito tutt’altro che scontato”.

Al centrodestra non basta un candidato qualunque

“Per quanto riguarda il governo, invece, la consistenza della destra rimane vincente. E la premier può tirare un sospiro di sollievo.

Ma il monito dell’elettorato è a non illudersi che esistano posizioni di rendita in grado di garantire comunque il successo; né che l’assenza di un’alternativa a livello nazionale basti a legittimare qualunque candidato della coalizione di destra sul piano locale” spiega ancora Franco.

“C’è da giurare che quanto sta avvenendo rafforzerebbe Palazzo Chigi almeno fino alle Europee di giugno. Dopo, è tutto da vedere.

Ma avere politicizzato e «nazionalizzato» il voto in Abruzzo, e prima in Sardegna, si rivela a doppio taglio: per il governo e per i suoi avversari.

E una volta ufficializzato il risultato, forse i partiti faranno bene a riflettere sulla sovraesposizione invadente dei leader e sull’effetto che questo ha sull’opinione pubblica” prosegue.

I problemi da risolvere

“L’affermazione in Abruzzo, però, permette alla premier di archiviare come incidente di percorso la sconfitta sarda.

Da oggi può dedicarsi a rivedere la strategia del governo e a curare gli equilibri e le tensioni dentro l’esecutivo. Tuttavia, pensare che quanto è successo in queste settimane e gli appuntamenti in altre regioni e in Europa possano essere affrontati con tranquillità, perfino con una punta di sufficienza, sarebbe un errore” continua Franco.

“Forse non è cominciato il logoramento del governo, ma di certo si sta esaurendo la luna di miele. Sotto questo aspetto, i segnali che arrivano da Sardegna e Abruzzo possono rivelarsi salutari, se analizzati con freddezza e lucidità.

Vale per le opposizioni ma ancora di più per il governo. Agendo e parlando come se fosse ancora minoranza, e usando a tratti un lessico poco presidenziale, la premier non trasmette il messaggio più efficace.

E fingere che le cose vadano benissimo e che i ministri della destra stiano dando un’ottima prova, significa velare perplessità diffuse non solo nell’elettorato ma perfino a Palazzo Chigi” conclude Franco.

Francesco Bei, la Repubblica: “Laboratorio Abruzzo”

Francesco Bei su Repubblica invita a considerare la sconfitta del centrosinistra in Abruzzo come un ‘utile laboratorio’: “Fino un mese – scrive l’editorialista – fa l’Abruzzo, la contea da cui i Fratelli d’Italia erano partiti per la loro conquista della Terra di mezzo, era dato per perso senza appello. La regione, governata da un fedelissimo della premier, non era ritenuta contendibile. La stessa Giorgia Meloni alle Politiche aveva scelto di essere deputata abruzzese, confidando nel risultato. Le ultime elezioni regionali, quelle del 2019, del resto erano state una partita senza storia: lo scarto tra il centrodestra vincente (49.2%) e il centrosinistra (30.6%) arrivava a quasi venti punti. È importante partire da questa premessa per comprendere l’importanza del voto di ieri”.

“Se stiamo ancora ora, nella notte, a discutere di quante poche migliaia di voti sia la distanza tra i due candidati significa che, se anche dovesse perdere queste elezioni, il centrosinistra la sua partita politica l’ha già vinta. Dopo il duro colpo della Sardegna, l’iniziale testa a testa fra Marco Marsilio e Luciano D’Amico restituisce coraggio a quanti si oppongono al governo sovranista. Come scriveva su queste colonne ieri Antonio Scurati, è un segnale di ‘speranza’, parola importante e seminale per chi si definisce progressista. La cosa più importante – sottolinea Bei – è che il centrosinistra, pur sconfitto, ha saputo individuare un metodo. E, se la parola non fosse troppo usurata, potremmo persino spingerci a chiamarlo Laboratorio Abruzzo. Anzi, Laboratorio Genziana. Come quella lista ‘Genziana’, architettata nel lontanissimo 1990 alle comunali dell’Aquila, che mise insieme ex Dc ed ex comunisti sotto la regia politica del ‘mulo abruzzese’ Marco Pannella. Stavolta il pivot dell’operazione è l’ex rettore D’Amico, una figura che in sé sembra racchiudere le caratteristiche di una leadership di segno opposto a quella di Meloni: inclusiva e non divisiva, gentile, incapace di aggressioni agli avversari. Una leadership più ‘femminile’ di quella della prima premier donna d’Italia. Forse ha colto nel segno Luciano D’Alfonso, il deus ex macchina del centrosinistra abruzzese, ad aver definito D’Amico ‘il nuovo Prodi’. Nel senso di un leader che proviene dalla società civile, ma non anti-politico, che – conclude – ridà valore alla cultura, capace di far sentire a casa persone provenienti da mondi distanti tra loro”.
 
Marcello Sorgi, La Stampa: “il trionfalismo esagerato del centrosinistra”

“La vittoria di Meloni e Marsilio in Abruzzo chiude – per il momento – qualsiasi tentativo di ricavare dal voto delle regionali un segnale di crisi degli equilibri nazionali e il sogno di un’alternativa già a portata di mano”. Lo scrive Marcello Sorgi sulla Stampa sottolineando che “c’è ancora, come alle politiche di un anno e mezzo fa, un elettorato ‘con l’elmetto’, per usare la frase della presidente del consiglio nel suo ormai famoso comizio di Pescara. Un popolo di destra che ama essere chiamato alle urne ogni volta come alla battaglia finale; e quando viene convocato, si presenta compatto e vince. Perfino in una regione tradizionalmente moderata – si potrebbe dire, ma oggi non si usa più, democristiana – come l’Abruzzo. Presto Meloni potrebbe essere tentata di mettersi l’elmetto anche in Basilicata, in Piemonte, oppure, l’anno prossimo, nel Veneto. Potrebbe farlo perché sa che sebbene non siano contenti al cento per cento del suo governo, agli elettori della sua parte piace essere mobilitati contro ‘la sinistra’, argomento che ricorre non a caso in tutti i suoi interventi. In un certo senso – osserva Sorgi – la battaglia d’Abruzzo è stata la contesa tra il ‘cattivo’ Marsilio, che ha vinto, e il ‘buono’ D’Amico che ha perso. Poi appunto ha giocato il valore nazionale crescente della consultazione durante la campagna. Perché è vero che i candidati in tutte le manifestazioni elettorali parlavano soprattutto dei problemi abruzzesi, la sanità che non funziona, qui come altrove, le strade, le ferrovie, la mancanza di lavoro. Ma è evidente che se una regione negli ultimi giorni prima del voto viene invasa da una decina di ministri, comandati di presentarsi e promettere ciò che manca, vuol dire che il governo di Roma qualche timore ce l’aveva. E d’altra parte, basta commisurare quel che era accaduto dopo la vittoria del centrosinistra in Sardegna, temuta, contrastata e alla fine incassata dal centrodestra. Celebrazioni tipo presa del Palazzo d’inverno, la neo-governatrice portata in giro, anche in Abruzzo, come l’esempio del modo di vincere con il ‘campo largo’ (che in Sardegna però non c’era, trattandosi di alleanza Pd-5stelle). Un trionfalismo esagerato che – conclude – forse ha nociuto ieri all’affermazione dell’alleanza”.

Claudio Cerasa, direttore Il Foglio: “Le sfide che attendono la Meloni”

“Le regionali sono importanti, ovvio, misurare il consenso è cruciale, chiaro, ma l’orizzonte del governo è ancora lungo, le regionali hanno un peso, le europee pure, ma la maggioranza meloniana ha il dovere, anche durante la lunga campagna elettorale, di guardarsi allo specchio e di provare a capire cosa c’è che, Abruzzo a parte, ancora non funziona”.

Lo sostiene Claudio Cerasa direttore del Foglio. 

“La sfida è una sfida più politica, ed è una sfida al centro della quale vi è il futuro della premier: per decidere cosa fare da grande occorre decidere cosa fare anche del proprio partito. Se proiettarlo o no verso un predellino delle libertà, verso un futuro più da conservatori che da post fascisti. A voler essere sintetici e schematici potremmo limitarci a individuare dieci sfide” scrive nel suo editoriale di oggi.

Le dieci sfide del Governo

“Sfida numero uno: la crescita. L’Italia di Meloni cresce più di molti paesi del G7 ma l’Italia di Meloni non è ancora uscita dalla sua ambiguità sul Pnrr. Cosa ha intenzione di fare il governo per non rassegnarsi a ciò che sta accadendo, ovverosia grande bravura nel farsi dare i soldi dall’Europa e incapacità diffusa nello spendere quei soldi?

Sfida numero due: l’attrattività. L’Italia, anche grazie alla politica estera trasversalmente apprezzata di Meloni, gode di una buona reputazione all’estero, la stabilità del governo è un elemento in grado di offrire garanzie sul futuro, ma finora il governo più che attrarre capitali, più che attrarre investimenti, più che attrarre multinazionali si è fatto riconoscere e, per così dire, apprezzare per aver messo in fuga alcuni giganti dall’Italia.

Sfida numero tre: Trump. La candidatura dell’ex presidente americano sarà sempre più un elefante nella stanza per Meloni ma la capacità di non seguire la linea Salvini, di non indossare cappellini trumpiani durante la campagna elettorale, di non mostrare segnali di cedimento rispetto alla posizione mainstream assunta dal governo italiano sui grandi dossier di politica estera sarà la vera cartina al tornasole per comprendere se le svolte moderate di Meloni sono vere o dettate dal semplice algoritmo dell’opportunità.

Sfida numero quattro: l’Ucraina. Il sostegno convinto, sincero, forte, genuino offerto dal governo Meloni all’Ucraina è uno dei fiori all’occhiello della stagione meloniana ed è stato anche il passepartout che ha permesso alla presidente del Consiglio di far dimenticare ai suoi partner europei le scorribande populiste del passato. Ma più la campagna elettorale americana andrà avanti e più sarà chiaro che l’impegno dell’Europa nel sostenere l’Ucraina dovrà essere maggiore rispetto a quello che è oggi. E più questa consapevolezza sarà evidente e più Meloni dovrà decidere se continuare a schierare o no l’Italia all’avanguardia della difesa di una democrazia ferita.

La sfida numero cinque è quella che riguarda il posizionamento in Europa e questa sfida non ha solo a che fare con il sostegno che Meloni darà a chiunque vincerà le elezioni in Europa (nella larga coalizione che con ogni probabilità andrà ad appoggiare il prossimo presidente della Commissione, il partito di Meloni ci sarà) ma ha anche a che fare con il posizionamento che Meloni sceglierà di avere tra le famiglie europee”.

Prosegue Cerasa nell’elenco:

La sfida numero sei è quella che riguarda l’innovazione e anche qui le ambiguità mostrate da Meloni sono purtroppo infinite e l’attenzione dedicata al dossier innovazione (che questa settimana sarà al centro del G7 fra Trento e Verona) è pari a zero.

La sfida numero sette riguarda la giustizia, uno dei terreni su cui il governo potrebbe mostrare i muscoli, mostrare capacità di visione, mostrare di avere coraggio ma dopo quindici mesi di governo la rivoluzione meloniana è avvenuta a metà: il garantismo è un mantra dell’esecutivo, e questo è positivo, ma le riforme garantiste che contano sono ancora lontane nel tempo, e senza una volontà politica del presidente del Consiglio di sfidare apertamente la repubblica delle manette, del voyeurismo, delle procure, i passi avanti che l’Italia potrebbe fare, nel riequilibrare il rapporto tra il potere giudiziario e quello legislativo, resteranno solo buone intenzioni.

La sfida numero otto riguarda la capacità che mostrerà Meloni di voler prendere di petto i grandi dossier industriali del nostro paese e di metterli nella giusta carreggiata sapendo bilanciare le tentazioni nazionaliste con le prerogative del mercato. Al centro di questa agenda, ovviamente, c’è ancora il caso Ita, c’è il disastro di Tim, c’è il futuro di Ilya, ci sono le molte privatizzazioni annunciate, c’è il destino di Mps e c’è la necessità di saper agire su un doppio binario: uscire fuori dalla logica assistenzialista del modello della cassa integrazione eterna, già sperimentata con fallimenti vari dai governi precedenti ed entrare in un mondo nuovo all’interno del quale lo stato fa da supplente al mercato solo quando il mercato non riesce a fare il suo lavoro.

La sfida numero nove riguarda un tema delicato, che si trova spesso al centro dei conflitti latenti con il Quirinale, e quel tema ha a che fare con la qualità delle nomine del futuro.

La sfida finale è una sfida più politica, verrebbe da dire politicistica, ed è una sfida al centro della quale vi è il futuro della premier: per decidere cosa fare da grande occorre decidere cosa fare anche del proprio partito, decidere cosa fare del partito significa voler decidere cosa fare con la classe dirigente del futuro e decidere cosa fare da grande nei prossimi mesi significherà per Meloni decidere se proiettare o no il proprio partito verso un predellino delle libertà, verso un futuro più da conservatori che da post fascisti. L’uscita dall’Abruzzo è importante, ma l’uscita dalla stagione delle ambiguità, per Meloni, lo sarà ancora di più” conclude Cerasa.

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