Un governo fragile davanti all’inverno più difficile dell’Italia dopo la seconda guerra mondiale.
E’ questa l’analisi che emerge attraverso le opinioni dei principali editorialisti del Paese.
“Senza andare a troppo profonde analisi sulle situazioni di impreparazione e sperdimento constatate nella drammatica pandemia in corso, mi limito ad una banale, brutale domanda: ‘Su quali lunghezze d’onda funzionano oggi i nostri pensieri collettivi e le nostre collettive emozioni?'”.
Se lo chiede il presidente onorario del Censis Giuseppe De Rita, che se ne e’ andato in giro ad “annusare il clima di fondo e lo stato d’animo dei nostri concittadini” e ne ha tratto alcune impressioni.
Come quella di “un popolo in tranche”, ad esempio. O che la gente “abbia silenziosamente deciso di andare ‘in letargo'”. O che viviamo come dentro “un’istituzione totale”.
Osserva e conclude De Rita. “Tre pericoli quindi incombono nella mente degli italiani in questo inverno un po’ cupo: vivere in trance, entrare in letargo, adattarsi a vivere in una bolla di istituzione totale. Per un ottimista tenace quale sono sempre stato, c’e’ da dire “vade retro”. Speriamo pero’ che non servano appelli retorici e crociate vitalistiche, ma che riprenda slancio la chimica ordinaria della vita sociale, la quotidianita’ ordinaria”.
PRECARIO EQUILIBRIO
“Il Recovery fund in questi mesi e’ stato il paravento dietro cui nascondere le difficolta’ di un Paese atteso a un futuro incerto per l’esplosione del debito pubblico, la pesante contrazione del Pil e l’imminente scadenza del decreto che blocca i licenziamenti”.
Lo scrive Francesco Verderami nell’editoriale del Corriere della Sera, nel quale annota che “l problema per Giuseppe Conte non sono i numeri, ma la debolezza politica del suo governo”, perche’ se da un lato “e’ vero che la storia d’Italia e’ piena anche di esecutivi di minoranza, dall’altro lo e’ altrettanto che nella sua storia “l’Italia non si e’ mai trovata a dover affrontare una fase economica e sociale cosi’ drammatica”.
Cosicche’ ora, “l’ambizione del premier e’ conquistare quell’area che viene da sempre considerata determinante per governare: il centro. Percio’ sta provando a dividere il centro dalla destra e i renziani da Renzi, che e’ suo diretto competitore e con il quale si e’ deciso a regolare definitivamente i conti”.
Rileva ancora Verderami: “In questo gioco politicista si perde di vista una visione complessiva del governo del Paese e si palesa l’obiettivo del premier di tirare a campare. Dinnanzi a un simile scenario, con i gravi problemi irrisolti di un’Italia piegata (anche) dalla crisi pandemica, il Pd si rende conto a quali rischi vada incontro il sistema nazionale. Percio’ non accetta l’idea di proseguire la navigazione come nulla fosse”.
Ma cosi’ facendo “L’esecutivo e’ oggi piu’ fragile, la maggioranza se possibile ancor piu’ friabile, e l’orizzonte della legislatura traguardato all’elezione del prossimo capo dello Stato appare lontanissimo. Andare avanti cosi’ potrebbe rivelarsi pericoloso”.
TUTTI PERDENTI
“In questa crisi di governo, aperta probabilmente nel momento più sbagliato possibile, un solo elemento spicca: tutti ne escono perdenti. E l’intero sistema politico si offre all’opinione pubblica nel suo impazzimento”.
Lo scrive Claudio Tito su Repubblica sottolineando come questo quadro mostri cioè “una maggioranza vocata al suicidio e una opposizione incapace non solo di essere una valida alternativa ma anche di capire come il mondo sia cambiato negli ultimi mesi. La coalizione che sostiene Conte, infatti, è indubbiamente più debole. I suoi numeri in Parlamento rendono sostanzialmente impossibile governare. A meno che non si intenda per governo la gestione delle emergenze. Il pantano è davanti ai piedi del premier. L’immobilismo rischia di essere il tratto di questa fase”.
“Soprattutto se al Senato oggi la fiducia verrà concessa senza la maggioranza assoluta. I precedenti analoghi sono diversi, ben undici. Ma quasi tutti hanno rivelato una debolezza strutturale: da Fanfani a Leone, da Cossiga a D’Alema sono durati meno di un anno. Conte ha due mesi per provare a evitare di finire in quel mare indistinto del galleggiamento e poi dell’affondamento. Un passaggio cruciale per sé e per l’alleanza che lo appoggia”.
“In questo lasso, infatti, deve capire se riesce ad allargare la base fiduciaria e contestualmente ad indicare ai suoi sostenitori un programma in grado di condurre alle prossime elezioni con qualche risultato da spendere in campagna elettorale. Deve tracciare, per cominciare, un percorso che tranquillizzi l’Unione europea, niente affatto rassicurata da come viene preparato il Recovery Plan, dai tempi con cui viene elaborato e dalla possibilità che questo esecutivo lo sappia realizzare”.
“Deve introdurre dei progetti capaci di cambiare il Paese. Deve sostanzialmente dimostrarsi efficiente. Ma ecco un altro tassello di un quadro impazzito. Perché questo è in parte anche il motivo che agita uno dei suoi principali alleati, il Pd. I Democratici di certo non si possono permettere di arrivare alle urne con la leadership ‘contiana’”.
Secondo Tito, infatti, “gli effetti sui loro consensi sarebbero imponenti: il bacino elettorale è comune. che il suo ruolo in politica è determinato dalla permanenza a Palazzo Chigi. Se non riesce ad imprimere una svolta, la sua unica carta è quella di rivolgersi agli elettori entro il prossimo giugno. Perché da quel momento ogni passo falso si risolverà con un altro premier e un altro gabinetto. E fuori dal Palazzo anche la popolarità di Conte decrescerà rapidamente”.
IL GRIDO DISPERATO
“’Aiutateci!’: il grido disperato del premier Giuseppe Conte ha segnato la giornata di ieri. E ha ottenuto un primo risultato: la netta maggioranza con cui i deputati hanno dato la fiducia al governo. La crisi dovrebbe chiudersi stasera, al Senato, vedremo con quanti voti”.
Marcello Sorgi sulla Stampa fa il punto della crisi di governo.
“Una chiusura provvisoria – osserva – dato che il premier ha promesso di rimettersi subito a trattare con i partiti della sua maggioranza e con i cosiddetti “volenterosi”, i singoli parlamentari che volessero unirsi al governo. Assistendo ieri al confuso andamento del dibattito a Montecitorio veniva in mente ciò che il Capo dello Stato, dall’alto della sua saggezza e della sua lunga esperienza parlamentare, aveva spiegato a Conte, quando era andato a comunicargli che intendeva lanciarsi nell’avventura della caccia ai responsabili, per dimostrare che il governo poteva benissimo fare a meno dei renziani”.
“Mattarella lo aveva ammonito sulla necessità di spingere, chi eventualmente fosse disposto ad appoggiarlo, a formare nuovi gruppi parlamentari, che rendessero chiaro il cambiamento della maggioranza”.
“In mancanza di questi, Conte si sarebbe trovato con un sostegno parlamentare “a fisarmonica”, cosa che si è puntualmente verificata nei tre giorni di inutile, o quasi, ricerca di nuovi alleati, il “mercimonio” denunciato dalla Meloni, e con una serie infinita di richieste di singoli da accontentare. Emblematico a questo proposito è il caso della querelle Mastella-Calenda”.
“Malgrado la conclusione più che soddisfacente alla Camera, nessuno può dire come finirà oggi al Senato. L’ipotesi più probabile, che correva nei corridoi di Palazzo Madama, è che il governo racimoli una maggioranza relativa, tra i 151 e i 157 voti, ma non i 161 di quella piena, che pur non essendo richiesta dalla Costituzione è la soglia minima per assicurarsi il controllo delle commissioni parlamentari e non dover negoziare di volta in volta l’approvazione dei vari provvedimenti. Non ci vuol molto a capire che avviarsi così nel percorso di realizzazione del “piano di resilienza”, la ricostruzione progettata per il dopo-Covid, è quanto meno imprudente e rischia di esporre l’Italia a magre figure di fronte all’Europa, che ha generosamente destinato 209 miliardi all’Italia, riconoscendole il triste primato di Paese più colpito dalla pandemia”.
LO SPIRITO DEMOCRISTIANO
Il direttore del Giorno, Michele Brambilla evoca lo spirito democristiano (che sembra ben incarnare il premier Conte) per leggere l’attuale crisi.
Dopo aver ricordato il cambio di maggioranza dell’estate 2019 Brambilla si chiede: “Riuscirà anche questa volta l’avvocato del popolo a restare al suo posto? Rispetto al primo Matteo (Salvini) il secondo (Renzi) ha molta meno capacità di raccogliere voti, almeno adesso, ma molta più di far politica, per «far politica» intendendo – e sia detto senza disprezzo – anche la tessitura di manovre di Palazzo”.
“Il secondo nemico di Conte non gode ora di grande popolarità: ma è intelligente, abile, astuto, al punto che fu lui a far nascere questo governo, contro la volontà della maggioranza del suo stesso partito di allora, il Pd, il quale con i Cinque Stelle non voleva saper d’allearsi”.
“E ora Renzi rinnega la sua creatura e vorrebbe alla guida del Paese un governo capace di mostrare ben altro piglio. Rispetto alla prima disfida con un Matteo, Conte ora deve insomma fare i conti con un avversario più scafato, e per questo forse più insidioso. Vedremo chi vincerà. Conte e Renzi si amano ancor meno di quanto si amassero Conte e Salvini”.
“Un anno e mezzo fa, il premier fu durissimo, nel suo discorso alle Camere, contro Salvini: ma glielo disse in faccia, lo trattò da rivale, rendendogli in fondo l’onore delle armi. Ieri invece Conte non l’ha neppure nominato, Renzi. Ha citato Italia Viva, ma non il suo leader. Non ti nomino quindi tu per me non esisti, ha voluto dunque comunicare Conte, in segno di supremo disprezzo”.
“E a una manovra da vecchia politica, Conte ha risposto con la più vecchia politica possibile: quella della chiamata alle armi del trasformismo. Ha fatto appello «al solco della migliore tradizione europeista»: lui che è un premier espresso da un movimento nato fortemente anti-europeo. Ha chiesto i voti ai «popolari, ai liberali e ai socialisti», cioè coloro che i grillini hanno sempre considerato la feccia della politica”.
“Infine ha blandito i centristi offrendo loro il caro vecchio proporzionale. La Prima Repubblica, insomma. Il 23 giugno 1983 il quotidiano “il manifesto“, dopo il flop elettorale di De Mita, titolò festoso: «Non moriremo democristiani». Non potevano immaginare”.








