C’è una linea sottile, quasi impercettibile, che separa la crescita dal galleggiamento.
E nel terzo trimestre del 2025, secondo l’Ocse, molte delle grandi economie avanzate sembrano camminare proprio su quel filo.
Il reddito reale delle famiglie nel G7 si ferma, si appiattisce, resta immobile come una fotografia sbiadita: zero virgola zero.
Una pausa che pesa, soprattutto se confrontata con il quadro più ampio dell’area Ocse, dove il reddito reale pro capite continua a crescere, seppur con passo corto, +0,3% tra luglio e settembre, lo stesso ritmo del trimestre precedente.
È il ritratto di un benessere economico che avanza a velocità diverse, diseguale, condizionato da inflazione, politiche fiscali e dinamiche salariali.
Un mosaico nel quale, a sorpresa, l’Italia emerge come una delle poche tessere luminose, andando controcorrente rispetto ai partner del G7.
Nel club delle grandi economie avanzate, infatti, la musica cambia.
Il G7 segna una brusca frenata del reddito reale delle famiglie, con diverse economie in territorio negativo.
Il Regno Unito registra il calo più marcato (-0,8%), zavorrato dall’aumento delle imposte su redditi e patrimoni, mentre il Pil reale pro capite resta inchiodato allo zero.
Francia (-0,3%) e Canada (-0,1%) seguono la stessa traiettoria discendente: qui è l’accelerazione dei prezzi al consumo a rosicchiare il potere d’acquisto, nonostante una crescita del Pil rispettivamente dello 0,4% e dello 0,5%.
Negli Stati Uniti, il dato assume un valore simbolico.
Il reddito reale pro capite delle famiglie scende dello 0,1%, interrompendo la più lunga fase di crescita continua del periodo post-pandemico, iniziata nel terzo trimestre del 2022.
Un cambio di passo che arriva nonostante un Pil pro capite in robusto aumento (+0,9%), segnalando ancora una volta lo scollamento possibile tra crescita macroeconomica e benessere percepito.
In questo scenario di rallentamento diffuso, l’Italia si muove in direzione opposta.
Nel terzo trimestre del 2025 il reddito reale delle famiglie italiane cresce dell’1,7%, livello record per l’Ocse.
Un dato che spicca, che rompe la monotonia delle cifre piatte o negative, e che trova spiegazione soprattutto nell’aumento delle retribuzioni dei lavoratori dipendenti e dei redditi netti da proprietà.
Un sostegno concreto al potere d’acquisto, a fronte di una crescita del Pil reale pro capite più contenuta (+0,2%), ma sufficiente a consolidare il segnale positivo sul fronte dei redditi.
Non è un caso isolato.
Anche la Germania mostra una dinamica favorevole del reddito reale pro capite (+0,5%), trainata prevalentemente dalla crescita salariale, pur in presenza di un Pil pro capite rimasto invariato.
Segnali che indicano come, in questa fase, il nodo centrale resti la distribuzione della crescita e non solo la sua entità complessiva.
Guardando oltre i confini del G7, il quadro Ocse conferma una tenuta disomogenea dei redditi delle famiglie.
Tra i 20 Paesi per i quali sono disponibili dati, 11 registrano una crescita, 8 un calo e uno resta fermo.
L’Ungheria guida la classifica degli aumenti con un +1,6%, sostenuto anche da una forte crescita delle retribuzioni dei dipendenti, tra le più robuste dell’area Ocse insieme alla Polonia dal quarto trimestre del 2022.
All’estremo opposto, i Paesi Bassi segnano il calo più accentuato (-1,6%): qui l’aumento dei contributi sociali e delle imposte su reddito e patrimonio ha più che compensato la crescita salariale, comprimendo il reddito disponibile nonostante un Pil pro capite in aumento (+0,2%).
Il messaggio che arriva dall’Ocse è chiaro: nel 2025 la partita del benessere delle famiglie non si gioca solo sul terreno della crescita economica, ma su quello, più fragile, del potere d’acquisto reale.
Inflazione e politiche fiscali continuano a incidere in modo decisivo, soprattutto nelle grandi economie avanzate.
In questo contesto, il dato italiano rappresenta un’eccezione significativa, un segnale di resilienza che, almeno per ora, tiene aperta la distanza tra stagnazione e ripresa.








