“Tutti frenavano, noi abbiamo accelerato. Un mix di gioco d’azzardo, intuizione e fortuna. Poi magari torna il Covid e io diventerò lo stupido del villaggio perché comunque abbiamo fatto una collezione grande di novanta pezzi”.
Lo dice il CEO di Dior, Pietro Beccari, a qualche settimana dallo show della maison francese a Lecce e sempre al fianco del direttore creativo, Maria Grazia Chiuri.
“Rubando le sue parole, è stata un’esperienza catartica – spiega Beccari -. Rivendichiamo entrambi il coraggio di essere andati avanti. Lei ha lottato come una leonessa per trovare un modo di lavorare diverso. Io non ho mai smesso di credere nell’investimento”.
“Ma – sottolinea Beccari – l’abbiamo fatto anche per gli altri: gli artigiani in Puglia, i fornitori in Italia e in Francia. Abbiamo dato la speranza in un momento di disperazione. Quando ho chiamato il sindaco di Lecce per dirgli che spostavamo le date lui mi ha risposto: ‘Si va bene dottore, diciamocelo, non facciamo più niente’. E io: ‘Guardi, lei non conosce me e Maria Grazia: non ci ferma niente e nessuno'”.
Beccari in questi mesi non si è fermato un attimo. Oltre allo show in Puglia ci sono ci sono stati una mostra a Shanghai, l’apertura di diversi pop up store e i trentacinque di Kim Jones (stilista dell’uomo Dior).
“Ci siamo fatti un mazzo così, con gli stessi ritmi – osserva il numero uno di Dior – Consegneremo persino 15 giorni prima: le vendite sono andate bene. Quindi in quella piazza c’erano emozione e adrenalina”.
“Molti fanno proclami e manifesti, io parlo di quello che conosco meglio e credo che per Dior sia bene continuare così. Siamo una marca di moda e come tale deve vivere di novità e freschezza e voglia di acquistare”.
“Tirare linee diritte e segnare chi sta di qua e di là non è giusto”.
Cifre non ne rivela, Beccari.
Ma sul bilancio semestrale, che secondo i rumors sarebbe in positivo, spiega: “Non posso svelare le cifre, ma stiamo dimostrando un’alta resilienza. Riflettere e crescere: sarebbe un sogno bellissimo”.
“E non è forse Dior la marca dei sogni? Quando monsieur fondò Dior erano gli anni difficili del Dopoguerra e lui mostrò un coraggio, un ottimismo e un’ambizione esemplari”.
“Non mi interessa preservare ma trovare l’attittudine del momento, come fece lui. L’ho ripetuto ai miei, ogni giorno, dalle 7 della mattina alle 9 di sera, quando da solo in ufficio, come il capitano di una nave fantasma, entravo e uscivo in Zoom. Cercavo di trasmettere quello spirito e i miei venditori, ad aprile, telefonavano ai clienti e consegnavano prendendo i taxi con la mascherina. Non so quanti abbiano collaboratori così”.
I pop up, intanto, sono un vero successo.
“Ne abbiamo aperti 19 – ricorda -. E oggi che è il San Valentino cinese mi aspetto grandi risultati. L’azienda di lusso è un diamante e ogni faccetta deve brillare a modo suo e non sempre hanno gli stessi riflessi. I pop up sono un modo di mostrarle tutte per accendere desideri e attenzioni diverse, dalla città alla vacanza”.
Quanto a Maria Grazia Chiuri “lei è un vulcano di idee – ammette Beccari – ed è genuina e autentica. Non l’avevo scelta e all’inizio c’era un po’ di reticenza: ci guardavamo da lontano e cercavamo di capirci, ma con gli anni e poi con questa crisi abbiamo trovato un’intesa forte e i risultati si vedono. Siamo poi due lavoratori infaticabili, due macchine da guerra, se mai stanchiamo gli altri. Femminismo? Lo conosco eccome: ho tre figlie! Se vali non importa di che sesso sei”.








