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Helsinki 2, il vertice infattibile | L’analisi di Giuseppe Sarcina

Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera si sofferma sull’ipotesi di un’altra «Conferenza di Helsinki» per mettere fine alla guerra in Ucraina e per pacificare il rapporto tra Russia e Occidente, auspicata da molti osservatori. L’ultimo a proporla – ricorda – è stato l’ex presidente del Consiglio Massimo D’Alema nell’intervista ad Aldo Cazzullo, pubblicata dal Corriere, lunedì 3 novembre.

La Conferenza di Helsinki si tenne nel luglio del 1975, in piena guerra fredda, e si concluse con un «Atto finale» sottoscritto da 35 Paesi, a cominciare da Stati Uniti e Unione Sovietica. Ora, l’idea è aprire una trattativa a tutto campo che tenga conto delle preoccupazioni per la sicurezza di ogni partecipante, proprio come accadde 50 anni fa. Forse lo stesso Vladimir Putin immagina qualcosa di simile, quando sostiene che occorre risolvere «le cause profonde» del conflitto da lui scatenato il 24 febbraio 2022. Per i russi questo significherebbe, tra l’altro, cancellare solo l’ipotesi dell’ingresso dell’Ucraina nella Nato.

C’è, però, un problema. La valenza politica della dichiarazione di Helsinki (45 pagine) sta nei dieci principi fondamentali «che reggono le relazioni tra gli Stati». Vale la pena scorrerli, anche solo per titoli: rispetto della sovranità di ogni Paese; nessun ricorso alla minaccia o all’uso della forza; inviolabilità delle frontiere; tutela dell’integrità territoriale degli Stati; composizione pacifica delle controversie; non intervento negli affari interni di altre nazioni; protezione dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali; eguaglianza dei diritti e garanzia dell’autodeterminazione dei popoli; cooperazione tra gli Stati; esecuzione in buona fede degli obblighi di diritto internazionale.

Con l’invasione dell’Ucraina, la Russia ha violato tutti e dieci questi principi. Filotto, strike.

Domanda: Putin sarebbe davvero disponibile a convertirsi al «decalogo di Helsinki», perché sarebbe tecnicamente una vera conversione, per esempio riconsegnando i territori occupati con la forza al governo di Kiev? La risposta ormai dominante è «no» e Mosca non pare intenzionata neanche a iniziare un negoziato così impegnativo come fu quello del 1975.

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