Il settore energetico è capital intensive e per trasformare i piani in impianti servono due condizioni fondamentali: un ecosistema normativo e regolatorio che consenta autorizzazioni rapide e un quadro finanziario coerente con gli obiettivi industriali.
Queste condizioni non sempre sono presenti in modo ottimale e questo rischia di limitare il potenziale del Paese, che oggi, grazie a tecnologie come rinnovabili, accumuli e reti, può migliorare autonomia strategica e sicurezza energetica.
Giuseppe Argirò, vice presidente di Elettricità Futura e amministratore delegato del gruppo Cva è stato intervistato su questi temi da Milano Finanza.
La corsa in Borsa delle utility elettriche ha fondamentali solidi?
Siamo nel pieno della transizione energetica, a livello globale e nazionale. Il sistema industriale ha ricevuto un messaggio molto chiaro: spingere su rinnovabili, elettrificazione dei consumi e decarbonizzazione. La conseguenza naturale è un’accelerazione degli investimenti.
Il settore energetico è capital intensive e per trasformare i piani in impianti servono due condizioni fondamentali: un ecosistema normativo e regolatorio che consenta autorizzazioni rapide e un quadro finanziario coerente con gli obiettivi industriali. Queste condizioni non sempre sono presenti in modo ottimale e questo rischia di limitare il potenziale del Paese, che oggi, grazie a tecnologie come rinnovabili, accumuli e reti, può migliorare autonomia strategica e sicurezza energetica.
Il rischio è che parte di questo potenziale resti inespresso?
L’Italia è una nazione sostanzialmente priva di materie prime energetiche e ha un bisogno enorme di rafforzare la propria autonomia. Per la prima volta possiamo farlo sfruttando risorse domestiche come acqua, sole e vento, ma questo dovrebbe diventare una priorità strategica.
Se la transizione energetica — e anche quella digitale — non è sostenuta da un’evoluzione del sistema elettrico, rischia di indebolirsi. Tutti stanno correndo per sostenere l’elettrificazione e noi non possiamo permetterci ritardi.
La crescita della domanda elettrica può mettere sotto pressione il sistema e i prezzi?
La transizione è un’equazione: se aumenti l’elettrificazione dei consumi per decarbonizzare, devi parallelamente decarbonizzare la generazione. Se queste due dinamiche non procedono insieme, la transizione diventa imperfetta e aumenta l’esposizione alle importazioni di gas.
Lo shock energetico ha dimostrato quanto possa essere costosa una dipendenza eccessiva: inflazione, aumento delle bollette, contrazione del reddito disponibile e interventi pubblici molto rilevanti. Parliamo di centinaia di miliardi a livello europeo. Per questo accelerare su rinnovabili e accumuli non è solo una scelta ambientale, ma industriale: significa più autonomia strategica e prezzi dell’energia più competitivi.
Oggi le tecnologie più competitive sono solare ed eolico abbinati agli accumuli; sopra queste resta il gas e poi il nucleare, che è la tecnologia più costosa.
Il nucleare può cambiare gli equilibri del mercato?
È una tecnologia straordinaria ma per l’Italia difficilmente sarà disponibile prima di 10-15 anni — dire 2035 è già ottimistico. Ma il problema della competitività energetica è attuale: non possiamo permetterci di attendere mantenendo l’attuale mix. Servono invece forti investimenti nelle reti di trasporto, come stanno facendo i principali operatori europei.
Le reti sono il vero snodo della crescita?
Terna è un’eccellenza nazionale, ma la dimensione degli investimenti necessari sarà enorme. Se non riusciremo a trasferire rapidamente l’energia rinnovabile dal Sud al Nord, rischiamo di avere surplus di produzione in alcune aree senza riuscire a fornire energia competitiva al sistema produttivo.
La sfida è rafforzare l’integrazione delle reti, a livello nazionale ed europeo, per migliorare sicurezza energetica e competitività industriale.
Rinnovabili ancora frenate dalle autorizzazioni?
Il numero dei progetti bloccati è aumentato e le condizioni di sblocco stanno rallentando. Serve una regia strategica più chiara, perché l’energia è una leva geopolitica e di sicurezza nazionale.
Senza un’accelerazione autorizzativa rischiamo di perdere competitività.
Che direzione dovrebbe prendere il nuovo decreto energia?
Le soluzioni devono essere strutturali e non retroattive: non si possono cambiare regole già definite senza compromettere la fiducia del sistema bancario e finanziario internazionale. Serve un intervento equilibrato che migliori il prezzo dell’energia per famiglie e imprese senza minare la credibilità del Paese verso gli investitori. Le scorciatoie sarebbero un errore grave.
Il settore può restare un driver per il mercato?
L’Italia ha un bisogno enorme di investimenti e l’energia è il settore industriale che investe di più in assoluto. È un motore di crescita economica e occupazionale oltre che di decarbonizzazione.
Solo sull’idroelettrico gli operatori sono pronti a mettere in campo nei prossimi anni tra i 12 e i 15 miliardi. Creare le condizioni perché questi investimenti partano è essenziale per la sicurezza energetica e per la competitività del sistema Paese.








