Francesco Bernardi, Presidente Onorario di Illumia, è intervenuto agli Stati Generali della Ripartenza organizzati dall’Osservatorio economico e sociale Riparte l’Italia il 29 e 30 novembre 2024 a Bologna.
Nel dibattito ha preso parte al panel “Il ripensamento delle fonti energetiche (anche) in una prospettiva geopolitica: quali gli investimenti su cui puntare”.
Riportiamo di seguito il testo integrale del suo intervento.
“Grazie dell’invito. Io non credo che ci siano aspetti critici. Penso che lo sviluppo delle rinnovabili abbia bisogno di chiarezza e quindi per stringere, perché penso che sia apprezzata una certa sobrietà nell’intervento, noi abbiamo come Paese aderito agli obiettivi 2030.
Gli obiettivi 2030 vuol dire che il nostro Paese ha sottoscritto l’impegno di creare altri 80 gigawatt di potenza installata, come siamo messi in Italia, noi abbiamo una potenza elettrica installata di 130 gigawatt, per i non avventi lavori è l’unità di misura della potenza produttiva elettrica, di questo il 51% è già rinnovabile, quindi non siamo messi male. A questo 51%, quindi alla metà dei 130, 65 gigawatt che già abbiamo rinnovabili, ne dobbiamo aggiungere altri 80 per arrivare al 2030. Di questi 80, 10 li abbiamo già fatti, ce ne vogliono 70.
Sembrerebbe un obiettivo perseguibile. Se andiamo a vedere le domande che sono giacenti presso le istituzioni che devono rilasciare le autorizzazioni, da qui al 2030 ci dovremmo aspettare più o meno 70, 80, 100 gigawatt di richieste. Andiamo a vedere quante sono.
Se noi andiamo presso Terna, bisogna fare le domande a Terna quando si vuole rilasciare un impianto in alta tensione, quindi un impianto mediamente grande, le domande giacenti sono 340 gigawatt. A questi bisogna aggiungere altri 100 gigawatt più o meno di impianti a media tensione. La risultante è 450 gigawatt di domande giacenti a fronte di un obiettivo di 70.
Uno avrebbe dovuto aspettarsi il contrario. Perché questa disparità? Perché gli imprenditori hanno fatto 6-7 volte le domande eccedenti rispetto all’obiettivo? La risposta è che c’è un iter autorizzativo così farraginoso che un imprenditore sta largo, sta conservativo, e cioè cerca di avere più opportunità per realizzare un impianto rispetto a quelli che sono gli obiettivi. E questa situazione è del tutto perdiciosa, perché che cosa accade? Che evidentemente la burocrazia, invece che semplificarsi, si ingolfa ancora più di domande.
Allora cosa bisogna fare? Bisogna avere un minimo di chiarezza. Non dico di organizzazione centralista, ma dare delle regole più chiare coniugando obiettivi al fattibile. Su questo i governi che si sono avvicendati in questi anni hanno dato delle indicazioni che sono un po’ farraginose.
Da una parte l’esasperazione, l’esaltazione del fotovoltaico, per certi versi anche giusta, dall’altro, per esempio, messaggi contradditori, tra i quali il governo ha fatto due decreti, uno sull’agricoltura e un altro sulle aree industriali, che tendono a restringere la fattibilità degli impianti. Le politiche di prezzo, ormai il fotovoltaico ha raggiunto quella che si chiama la market parity, cioè sostanzialmente si paga da solo. Non ci sarebbe bisogno allora di un incentivo da parte del GSE per andare a ritirare l’energia, eccetera, eccetera, eccetera.
Cioè messaggi che sono contradditori. Allora, termino. Che cosa può chiedere un imprenditore e che cosa, secondo me, dovrebbe chiedere il Paese per uno sano sviluppo delle fonti rinnovabili? Prima di tutto una chiarezza, la dicevamo prima, una chiarezza in modo tale che i mercati siano ordinati, abbiano delle notizie, delle regole del gioco chiare e non contraddittorie.
La seconda cosa è che non vengano cambiate le regole del gioco mentre la partita è in corso. Su questo apro una brevissima parentesi. C’è stata quest’anno la fine del mercato di maggior tutela e sono stati assegnati al mercato una serie di clienti secondo un’asta.
Faccio un esempio, è come se uno a un certo punto dovesse vendere degli immobili e alcuni operatori che vogliono comprare questi immobili sono disposti a valorizzarli tanto. Supponiamo a Bologna uno offre un prezzo fuori mercato pur di acquistare quegli immobili che ritiene in qualche modo strategici e paga ad esempio 10.000 euro a metro quadrato che per Bologna è un prezzo molto elevato. Che cos’è accaduto a fine gara? Il governo a questo punto ha fatto una norma per cui anche quei sette operatori che hanno vinto questa gara sono a questo punto obbligati a comprare a quel prezzo qualunque metro quadrato sia venduto”.








