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Fermiamo la degenerazione del merito | L’analisi di Luigi Balestra

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La scorsa settimana, nel soffermarmi sul discorso di Emma Ruzzon pronunciato in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Padova, ne sottolineavo il grande valore. Un atto di denuncia che deve spingere tutti a riflettere profondamente sul malessere che attanaglia le giovane generazioni. Una sorta di rimbombante sveglia – intrisa di assordante indignazione – di fronte a un torpore generalizzato in cui versa il mondo degli adulti, i quali mostrano una sensibilità e una disponibilità insufficienti rispetto alle problematiche giovanili.

Prendevo spunto da quel discorso per rimarcare altresì un’esigenza: non è opportuno abdicare rispetto al senso di responsabilità che è giusto alberghi dentro ciascuno di noi; in pari tempo – e fermo il rispetto delle capacità e delle inclinazioni di ognuno – ponevo in rilievo l’esigenza di non abbandonare il sistema meritocratico, quale meccanismo idoneo a consentire che ruoli e incarichi apicali siano ad appannaggio di persone realmente capaci ed adeguate rispetto ai bisogni della collettività.

Si tratta di un profilo sul quale occorre intendersi, poiché alla meritocrazia sono state rivolte pressanti critiche, in quanto considerata una delle cause delle profonde ineguaglianze in cui versa la società occidentale.

Alcuni recenti studi condotti oltreoceano scolpiscono emblematicamente quel che forse, seppur in maniera approssimativa, si può definire come la degenerazione del merito.  Daniele Markovits, professore alla Yale Law School, in The meritocracy trap (Penguin books Ltd, 2019), pone innanzitutto in luce come la meritocrazia fu introdotta negli Stati Uniti per aprire spazi a vantaggio di outsiders talentuosi e capaci. Da un’élite ereditaria, dunque, a un’élite meritocratica. Senonché l’élite meritocratica, unitamente ad altre cause, ha decretato – in virtù di un’esasperazione, verrebbe da dire, degli stessi meccanismi meritocratici – profonde diseguaglianze economiche. Essa ha finito per introdurre una impietosa selezione, che si è risolta nell’attribuzione degli impieghi e dei posti più importanti solo a coloro i quali provengono dalle scuole e dalle università più prestigiose.

Il filosofo Michael Sandel, professore alla Harvard Universit, dal canto suo ha evidenziato come il merito – in cui, in modo diffuso e senza distinzioni di colore politico, la cultura americana crede – in realtà, più che consentire una efficiente mobilità sociale, si sia trasformato in una fonte di espansione dei privilegi (The tirrany of merit, Penguin books Ltd, 2019). Con i vincenti che – anche in virtù dell’idea, affermatasi con toni esasperati, dell’esser ciascuno responsabile del proprio destino – alla fine si ritrovano perdenti, poiché sono chiamati a sopportare costi psicologici elevatissimi per raggiungere il traguardo, con ogni implicazione in termini di atteggiamenti intemperanti e prevaricatori. Con i perdenti (in partenza) che vanno incontro a un umiliante senso di frustrazione, in quanto assistono – deprivati di ogni chance – al successo di coloro almeno in apparenza risultano essere i vincenti.

Un’altra fotografia impietosa è stata scattata dall’autorevole sociologo Zygmunt Bauman, il quale ha nitidamente descritto l’evoluzione che si sta consumando nelle fabbriche e negli uffici: da scuole di solidarietà in luoghi di competizione. «Lottiamo per la nostra sopravvivenza, quasi in una sorta di bio-darwinismo, “sconfiggi per sopravvivere”. “Sconfiggere” significa non rispettare nessun altro a parte se stessi e i propri interessi, non pensare a nessun altro. Perciò le fabbriche di solidarietà non esistono più» (Communitas, uguali e diversi nella società liquida, a cura di Carlo Bordoni, Aliberti editore, 2013, 43 s.).  

Quel che da queste riflessioni – che in non pochi passaggi null’altro rappresentano se non amare constatazioni – emerge è, da un lato, un sistema dove l’élite meritocratica è in molti casi figlia di grossi investimenti economici – il costo delle migliori scuole e delle migliori università – che sono in pochi (quelli che hanno alle spalle famiglie di origini abbienti) a potersi permettere. Tutto ciò acuisce oltremodo la responsabilizzazione per essere stati catapultati in un sistema riservato ai migliori, generando ansie e stress da competizione che minano alla radice la serenità. Si finisce così per essere succubi di un obbligo (morale) di andare avanti, senza potersi permettere di rallentare o di tirarsi indietro. Al contempo, tutti coloro i quali rimangono esclusi dall’ingranaggio, nell’osservarlo dall’esterno, si sentono – come detto – umiliati ed emarginati.

Dall’altro lato, viene in evidenza la perdita del senso di appartenenza alla comunità di lavoro (scolastica, universitaria o professionale che sia), la quale nelle interazioni e nella condivisione trova un fondamentale punto di aggregazione e di crescita (anche sotto il profilo del benessere dei singoli). Lo smarrimento della solidarietà, la lotta per la prevalenza secondo un imperante istinto individualista, sono elementi corrosivi dell’odierna società.

Ecco allora alcune delle contromosse da mettere in campo affinché il merito recuperi la sua fondamentale componente virtuosa. 

In una realtà, come quella italiana, in cui l’intervento pubblico a sostegno dei diritti fondamentali e dei diritti sociali può dirsi – per lo meno in termini di elaborazione di pensiero – acquisito, spetta ai decisori istituzionali creare le condizioni, di sostegno economico ma non solo, affinché ogni giovane, indipendentemente dalle possibilità delle famiglie di origine, possa scegliere il suo itinerario senza condizionamenti e in un regime di pari opportunità.

Occorre creare altresì i presupposti affinché chiunque possa ritornare sulle proprie scelte, ovvero rimettersi in gioco seguendo percorsi e coltivando interessi differenti da quelli originari. Ciò senza che il ripensamento, tenuto conto della giovane età in cui si è chiamati a compiere scelte fondamentali per il futuro, venga vissuto come una sconfitta.

Occorre poi ritrovare il senso di appartenenza alla comunità, recuperare l’idea del gruppo, all’interno del quale, indipendentemente dal ruolo e dalle abilità di ognuno, tutti possano sentirsi protagonisti attivi, allontanando i fantasmi di una lotta competitiva che pone ogni individuo contro gli altri. È un compito che spetta primariamente alle Università, ma non solo ad esse (alle istituzioni scolastiche, a quelle che gestiscono la formazione di ogni livello).

Può al riguardo rivelarsi utile il richiamo – al fine di trarne spunti – al c.d. metodo dell’apprendimento cooperativo, le cui origini risalgono nel tempo e del quale si discute, forse non ancora sufficientemente, in epoca contemporanea.  Nel solco di un patto che genera una fiducia reciproca, ognuno contribuisce all’apprendimento secondo le proprie capacità ed inclinazioni, ragion per cui ogni componente del gruppo impara dagli altri.

L’idea è quella per cui lo studio individuale, per sua stessa essenza competitivo e privo di dialogo, cede il passo a un’idea di comunità il cui obiettivo non è quello di rappresentare quel che in modo passivo viene veicolato dagli insegnanti, bensì di produrre tutti insieme e in modo dinamico, con l’insegnante a fungere da guida lungo l’itinerario. Collaborazione e responsabilità in questo modo elidono la competitività, generando un forte legame di appartenenza; del pari, consentono di trovare soluzioni a singole situazioni problematiche quanto mai variegate (motivazionali, sociali, o di altra natura) proprio in ragione del forte coinvolgimento che in tal modo si instaura.

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