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Fabiana Dadone (Ministra della PA): «Più smart working nella P.A, verso i 500.000 lavoratori a casa». I sindacati vogliono chiarezza

Il Governo punta ad alzare l’asticella per la percentuale dei lavoratori della pubblica amministrazione con attività realizzabili da remoto dal 50% al  70%, un livello che potrebbe significare, secondo stime sindacali, mettere in smart working al massimo 500.000 persone. 

I sindacati continuano a chiedere di contrattualizzare il lavoro da remoto e di chiarire amministrazione per amministrazione,  quali sono le attività che si possono fare da remoto e quelle che necessitano la presenza in ufficio.      Ci sono comunque moltissime attività che non possono essere fatte da casa a partire da quelle che riguardano la scuola dato che la didattica a settembre è ripresa in presenza (salvo rotazioni al liceo con la didattica a distanza e i casi di alunni o professori positivi) e la sanità ma anche tutto il  comparto della sicurezza.     

“Il Governo – afferma il numero uno della Uil, Pierpaolo Bombardieri – contrattualizzi lo smart working e favorisca il  rientro dei lavoratori della Pubblica amministrazione al lavoro  garantendo la sicurezza negli uffici”. Il Governo su questo tema, aggiunge, “è superficiale” perché non affronta il vero tema che è quello di contrattualizzare lo smart working   amministrazione per amministrazione. “Noi siamo perché i lavoratori rientrino tutti al lavoro, in piena sicurezza. I criteri della sicurezza devono essere quelli previsti per il  lavoro privato”.     

Su 3,2 milioni di lavoratori pubblici ci sono 1,2 milioni  nell’istruzione e nella ricerca, mentre 648.000 sono impegnati  nella sanità e oltre 500.000 sono le forze armate e gli altri  dipendenti con un contratto di diritto pubblico, settori nei  quali è difficile immaginare lo smart working se non in minima  parte. In pratica possono essere messi in smart working i  lavoratori delle funzioni centrali come quelli dei ministeri   (circa 234.000) e una parte di quelli degli enti locali (circa  512.000 nel complesso) oltre a una parte residuale degli altri  comparti.

“Non si puo’ fare una stima precisa – spiega il  segretario nazionale della Fp-Cgil Florindo Oliviero  – ma credo che non oltre 400-500.000 possano essere messi in smart.  Chiediamo comunque un’interlocuzione per decidere quali sono le attività che si possono ricondurre allo smart working”. Poi  dobbiamo chiarirci se parliamo di teste o di attività perché ci può essere il caso del lavoratore che può fare una parte del  lavoro in ufficio e un’altra a casa, andando sul posto di lavoro solo alcuni giorni alla settimana”.

“Bisogna passare dallo smart  working dell’emergenza -dice il segretario confederale Cisl,  Ignazio Ganga – ad una disciplina del lavoro agile che rientri a  pieno titolo tra le materie di contrattazione”    

“Il mondo sta cambiando rapidamente – ha affermato la  ministra della Funzione Pubblica, Fabiana Dadone commentando le  dichiarazioni della presidente della Bce, Christine Lagarde sul  fatto che solo il 10% dei lavoratori in smart working ha bisogno di tornare in ufficio – e noi dobbiamo farci interpreti e saper governare la rivoluzione, non subirla. Ci riusciremo se agiremo senza paraocchi, valutando opportunità e problemi con  attenzione, sfruttando le prime e risolvendo i secondi. Il  futuro è nelle nostre mani”. 

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