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Ecco quali sono i dossier caldi dell’industria italiana | Lo scenario

Dall’automotive all’ex Ilva, passando per la filiera della moda e i semiconduttori, sono molte le vertenze in ambito industriale, con potenziali ricadute non di piccolo conto sull’occupazione e sul bilancio finale dell’attività del governo su questo versante.

Sono numerosi i dossier sul tavolo del ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, che ha dovuto confrontarsi anche con l’impatto dei dazi varati dall’amministrazione Trump e le sue conseguenze sull’export del nostro Paese, una delle voci fondamentali dell’economia italiana.

Il dossier più noto al grande pubblico è quello relativo al settore automotive, messo sotto pressione da un lato della concorrenza cinese – soprattutto nel campo dell’elettrico – e dall’altro dell’impatto degli obblighi Ue legati alla transizione ecologica. C’è poi il tema della siderurgia, con il futuro dell’ex Ilva di Taranto – il più grande stabilimento d’Europa – ancora incerto, elemento che a cascata influisce sugli asset in tutto il Paese di Acciaierie d’Italia, tuttora in amministrazione straordinaria. E poi le numerose vertenze relative alla filiera della moda, all’industria metallurgica (Eurallumina), a quella dei semiconduttori (Stm).

Il contesto in cui si muove il Mimit è quello di un calo della produzione industriale significativo anche nel 2025, dopo il -3,5% registrato nel 2024, con 32 mesi degli ultimi 36 che hanno visto il segno meno. Un calo non solo nostrano, registrato anche in gran parte del resto d’Europa, ma che non di meno è impulso a risolvere le principali questioni sul tavolo.

Quella relativa al settore auto è probabilmente la più spinosa, riguardando – dati Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica – oltre 5.400 imprese e 1,28 milioni di lavoratori. Il netto calo in termini produttivi e di vendite del settore nel corso del 2025, definito ‘annus horribilis’ dal presidente dell’Anfia Vavassori, insieme alla sempre maggiore concorrenza da parte cinese, hanno spinto Urso a puntare con forza sul ‘Piano Italia‘ siglato a fine 2024 con il presidente John Elkann e l’ad di Stellantis Antonio Filosa, per assicurare livelli produttivi adeguati innanzitutto a Mirafiori e per sostenere la filiera (sono stati pari a 7 miliardi nel 2025 gli acquisti di Stellantis da fornitori italiani).

Ma la partita decisiva è stata quella che ha portato a costruire un’alleanza in chiave continentale, ottenendo dall’Unione Europea il superamento della data del 2035 sullo stop totale alla vendita di auto con motori endotermici, puntando allo stesso tempo per alimentarli sull’uso di biocarburanti, in ossequio al principio della neutralità tecnologica.

Un passo ritenuto fondamentale per evitare il crollo dei volumi produttivi, provando a sostenere il settore di fronte alla concorrenza asiatica, molto meglio posizionata nel campo dell’elettrico.

Importante, per Urso, e non solo in chiave automotive, è stato anche aver ottenuto l’allargamento del Cbam – lo strumento comunitario per includere nel prezzo dei beni che entrano nell’Ue un costo ulteriore per il carbonio emesso nella fase di produzione – decisivo per rafforzare la produzione industriale europea rendendola più competitiva.

Sul fronte Ex Ilva, sembra invece ormai sempre più realistica la necessità di un ruolo dello Stato nell’ambito di progetti di riconversione degli asset dell’azienda: al momento sono due le offerte presentate, dai fondi Usa Bedrock Industries e Flacks Group, al vaglio dei commissari di Acciaierie d’Italia. Urso ha affermato la volontà di chiudere la cessione dell’azienda entro la prima metà del 2026, ma i sindacati chiedono al ministro di chiarire cosa accadrà dal primo marzo in avanti, quando saranno terminati i fondi per la cassa integrazione.

Lo scenario temuto dai sindacati è la chiusura dell’azienda, con la data del primo marzo cerchiata in rosso, dato che i 108 milioni del finanziamento ponte per assicurare la continuità produttiva degli impianti basteranno fino a febbraio 2026.

Fronte metallurgia, pesa invece la questione Eurallumina, azienda sotto il controllo della russa Rusal, con il futuro operativo del sito metallurgico di Portovesme, nel Sud Sardegna, che resta sempre in bilico. Il governo ha assicurato la continuità aziendale almeno per la prima metà del 2026, con un finanziamento ponte da 9,6 milioni di euro, mas resta aperto il nodo della continuità produttiva e dunque dei livelli occupazionali. L’azienda metallurgica deve fare i conti con il blocco dei conti e delle azioni eseguito dal Comitato di Sicurezza Finanziaria legato alle sanzioni alla Russia, tema di politica internazionale con dirette ricadute sull’economia.

Su un altro dei fronti fondamentali in termini di quella ‘autonomia strategica europea’ cara a Urso, quello dei chip, c’è il dossier sullo sviluppo industriale di Stmicroelectronics in Italia, a parte dal sito di Catania, ritenuto da Urso fondamentale in chiave europea per la filiera dei semiconduttori. L’ok della Banca Europea degli Investimenti a un finanziamento da 500 milioni sembra aver quantomeno dissipato i timori più a breve termine sulla tenuta occupazione, insieme alla conferma da parte dell’azienda degli impegni previsti per i prossimi anni nell’ambito del piano industriale, ma resta aperto il fronte dello stabilimento di Agrate, dove i sindacati lamentano l’ancora non ufficiale cancellazione dei mille esuberi annunciati dalla dirigenza sei mesi fa.

C’è poi il settore moda, scosso dall’invasione di capi di abbigliamento a buon mercato proveniente dalle aziende dell’ultra fast-fashion, anche in questo caso di origine soprattutto cinese. Una dinamica che potrebbe esplodere nei prossimi mesi, inondando di merce i mercati europei come effetto dei dazi imposti da Trump sull’import di beni negli Usa.

Contro quella definita da Urso “un’invasione di cavallette senza precedenti”, oltre che “una minaccia diretta alla sicurezza, alla salute e ai diritti dei consumatori”, il governo ha deciso di anticipare quanto annunciato dalla Commissione Europea a partire da luglio, ovvero un dazio di tre euro sui pacchi di valore inferiore a 150 euro, introducendo in Legge di Bilancio una tassazione immediata di due euro sui pacchi di provenienza extra-Ue.

Nel ddl Pmi, inoltre, è stato inserito un pacchetto per il settore moda da 100 milioni di euro relativo ai mini-contratti di sviluppo, pensato per rendere questo strumento più accessibile alle piccole e medie imprese, rafforzando il sostegno all’innovazione, ai processi di aggregazione tra imprese alla transizione digitale ed ecologica.

Tanti fronti aperti, dunque, in un 2026 che vedrà ripartire il Piano Transizione 5.0 per il sostegno alla transizione digitale ed energetica delle imprese, ma che sarà anche l’anno della fine del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, altro elemento che potrebbe aggiungersi a una serie di sfide di non semplice risoluzione.

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