Stefano Folli su Repubblica parla del ‘girotondo politico’ intorno a Navalny: “Nel giorno in cui la vedova di Navalny lancia il suo appello affinché il popolo russo trovi il coraggio di ribellarsi – scrive – non si può che apprezzare la manifestazione del Campidoglio organizzata da Carlo Calenda, aperta a tutte le forze politiche.
Almeno è un’iniziativa, un gesto concreto per esprimere indignazione.
Se non ci fosse stata la fiaccolata, con tutti i suoi limiti, non avremmo avuto niente.
Solo quei pochi che sono stati incredibilmente schedati dalla polizia per aver deposto qualche fiore in ricordo della vittima di Putin.
Ed è successo in Italia, non a Mosca.
Poi, come è ovvio, si deve valutare il resto.
Ad esempio il marchio partitico sulle fiaccole di Roma: come dire una porta spalancata sulle polemiche, condensate in altrettante battute per i telegiornali.
In un certo senso, era inevitabile.
Ma forse – sottolinea l’editorialista – sarebbe stato meglio cogliere l’occasione di una riunione non certo oceanica per provare a elevare il profilo etico della nostra politica estera.
Per dichiararsi con orgoglio cittadini occidentali, convinti dei valori liberali rappresentati in questa parte del mondo.
Invece la tentazione a cui qualcuno ha ceduto è stata di dividere la piazza in tre settori: intransigenti nemici dell’autocrate; tiepidi anti-Putin in cerca di informazioni sulla morte del dissidente; amici di lunga data del dittatore desiderosi di rifarsi una verginità politica a buon mercato.
L’impressione finale è di una certa, generale freddezza.
Si avverte una singolare sintonia nel modo in cui la destra e i 5S hanno pescato le parole per tenersi distanti da Mosca.
La frase chiave è: ‘vogliamo che sia fatta chiarezza’.
In sé stessa, un’espressione ineccepibile.
Eppure non suona bene nel suo contesto.
Si parla di un dissidente condannato per reati d’opinione e fatto morire in un carcere della Siberia.
Fare chiarezza è una richiesta un po’ troppo asettica.
In compenso assomiglia nel tono e nella sostanza alla dichiarazione di Trump, amico di Putin e possibile presidente degli Usa in novembre.
Forse la destra italiana si sta già preparando alla svolta di Washington?
Sarebbe una manifestazione di cinismo in anticipo sui tempi.
E – conclude – toglierebbe valore alla lunga campagna pro-Ucraina”.








