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Ecco chi sono i vincitori e vinti della pandemia economica. Almeno per ora

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Tre per cento in meno al mese, tre mesi di quarantena. Se va bene, cioè se finisce qui, l’economia crollerà quest’anno solo di un astronomico 10 per cento. Più o meno, gli italiani, rispetto al 2019, si ritroveranno in tasca 150 miliardi di euro in meno.

Ma, esattamente, nelle tasche di chi mancheranno questi soldi? Da noi, infatti, come nel resto del mondo, il lockdown ha avuto figli e figliastri: chi ne è uscito, in termini di portafoglio, con le ossa rotte e chi senza neanche un graffio. E’ una situazione incerta, precaria, volatile e tutta da verificare: i conti veri, infatti, li faremo in autunno, quando si esauriranno sussidi, casse integrazione, pacchetti ferie, rinvii di mutui, tasse e bollette e si capirà se l’economia riparte con tutti a bordo. Per ora, però, una sorpresa è quanti sono rimasti in piedi.

Secondo la valutazione di uno dei principali centri studi italiani, Nomisma, il 65 per cento delle famiglie italiane esce dalla quarantena con un reddito netto uguale a quello ante virus. Vuol dire che, drammaticamente, una famiglia su tre è affondata, ma anche che la stragrande maggioranza – le altre due – sono uscite, per ora, indenni. Un divario stridente e colpevole, ma anche lo zoccolo su cui ripartire.

Sempre secondo Nomisma, infatti, queste famiglie, nei mesi in cui sono rimaste bloccate in casa, hanno speso 20 miliardi di euro in meno del solito, accumulandoli nei loro conti correnti: insieme agli oltre 1.100 miliardi che già erano depositati in banca, è il tesoretto su cui puntare per far ripartire consumi ed economia.

Chi sono queste famiglie fortunate? La vasta platea di milioni di pensionati, anzitutto: un italiano su quattro, 16 milioni di persone, percepisce una pensione, più o meno adeguata, ma che, comunque, l’epidemia non ha interrotto. Poi ci sono quasi 5 milioni di impiegati pubblici, che hanno continuato a percepire lo stipendio. A cui si aggiungono quelli che, in effetti, nel settore privato, hanno continuato a lavorare.

Secondo i calcoli dell’Inapp, al 15 aprile risultava chiusa meno della metà delle aziende italiane: il 47,3 per cento. Nelle altre, l’attività è proseguita. In particolare, più o meno normalmente, nei due terzi delle aziende più grandi, quelle con più di 250 dipendenti, che occupano quasi 4 milioni di lavoratori.

Anche nella Lombardia martoriata dall’epidemia, 450 mila aziende hanno tenuto in piedi l’attività. L’impatto della quarantena è stato forte sulle imprese più piccole: solo un terzo di quelle in cui, in realtà, lavora solo il titolare hanno continuato ad operare. C’è stata anche una quota significativa di aziende che avrebbero dovuto chiudere e non l’hanno fatto, grazie alle deroghe. Per averla ci voleva l’autocertificazione, con il silenzio-assenso delle prefetture che, in genere, non hanno effettuato alcun tipo di controllo. Secondo una valutazione di massima, le aziende che hanno evitato, con l’autocertificazione, la sospensione dell’attività, sono 80 mila, su un numero totale di imprese italiane che arriva a un milione e mezzo.

L’epidemia ha colpito, invece, i più deboli, allargando i divari economici e sociali. E’ la regola, avverte uno studio del Fondo monetario internazionale, nella storia moderna delle epidemie. L’indice di Gini, che misura le disuguaglianze sociali, aumenta man mano che ci si allontana dallo scoppio dell’infezione: anche dell’1,4 per cento dopo 5 anni, che è molto per un indice che si muove normalmente con grande lentezza. Il riscontro lo si ha guardando le categorie che più facilmente perdono il lavoro.

In effetti, dopo 5 anni dallo scoppio dell’epidemia, per i lavoratori ad alto tasso di educazione e a maggior reddito non si registrano riduzioni di occupazione, mentre per chi ha solo i titoli di studio di base e redditi inferiori si arriva fino al 6 per cento. Il Covid segue lo stesso copione.

Il presidente della Federal Reserve, Jay Powell, segnala che nel 40 per cento delle famiglie che a febbraio – pre-virus – guadagnavano meno di 40 mila dollari l’anno, a marzo si registrava la perdita del posto di lavoro. Sono i quasi poveri: il reddito medio di una famiglia americana è 60 mila dollari l’anno. E il tasso di disoccupazione di questi quasi poveri risulta sensibilmente più alto di quello ufficiale, che si ferma al 14 per cento.

A pagare il prezzo più alto all’epidemia, infatti, sono state, finora, le fasce ai margini del mercato del lavoro e delle garanzie sociali. L’esercito delle colf, delle badanti, dei piccoli commerci di strada di cui, probabilmente, non sentiremo la voce, perché a infoltire le sue fila ci sono molto spesso migranti. Subito dopo ci sono i precari in nero, quasi altrettanto silenziosi, che alimentano i 150 miliardi di euro l’anno dell’economia sommersa. La dimensione di massa si individua, tuttavia, se si incrociano le indicazioni del Fmi sulle caratteristiche dei lavoratori più colpiti con i settori più segnati dalla paralisi della quarantena.

La contrapposizione fra laureati in salvo e basse qualifiche falcidiate non è, infatti, una spaccatura orizzontale che attraversa l’economia. E’, piuttosto, una divaricazione verticale fra lavoratori dei diversi settori. Una grande società di consulenza, la McKinsey, calcola che l’epidemia stia mettendo a rischio, in Europa, quasi 60 milioni di posti di lavoro, un quarto dell’occupazione totale. Ma quei posti non sono quasi mai nelle fabbriche e neanche negli uffici. La metà dei posti che rischiano di scomparire sono nella vendita al dettaglio, nella catena del cibo, nell’edilizia, nel turismo.

Sono i settori in cui una bassa qualificazione professionale non riguarda solo le mansioni inferiori, ma attraversa quasi tutta la forza lavoro. A rischio, in Italia, sono i 2 milioni e mezzo dei dipendenti del commercio – dalle commesse ai magazzinieri – con il milione e mezzo di piccoli commercianti indipendenti. Il milione di addetti ai trasporti. L’altro milione di camerieri, cuochi, inservienti degli alberghi, dei bar, dei ristoranti. Il milione di addetti ai servizi turistici (noleggi, agenzie di viaggio). Il mezzo milione di chi vive con i servizi personali: parrucchieri, massaggiatrici, estetiste. Il calcio del virus ha colpito il ventre molle della forza lavoro.

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