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È complicato cedere sovranità a un’Unione ancora incompleta | L’intervento di Angelo De Mattia

La discussione sulla sovranità nazionale e l’Europa, pessimamente sollevata negli ultimi giorni di una altrettanto pessima campagna elettorale con un dissennato attacco al capo dello Stato, si basa su un equivoco di fondo.

Innanzitutto, in materia la copertura costituzionale è piena, come sancisce l’articolo 11 della Carta.

Ora, nei confronti dell’Unione non si tratta meramente di cedere sovranità ma di partecipare in sede europea all’esercizio di una sovranità più ampia che riguarda l’intera area.

E ciò deve avvenire, come indica il predetto articolo, in condizioni di parità con gli altri Stati e in funzione di un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni.

In sostanza, si deve trattare di limitazioni (nazionali) di sovranità necessarie a un tale ordinamento.

Non sono condizioni di poco conto o alle quali si può facilmente ottemperare.

Ma vi è di più: l’ordinamento in questione, che deve poggiare sull’endiadi pace e giustizia, non rappresenta una mera spoliazione dei poteri nazionali, ma trasferisce, nelle materie assegnate all’Unione, i poteri nazionali perché si trasformino nell’esercizio di molto più ampi poteri in campo europeo.

Ciò presuppone che l’assetto istituzionale dell’Unione sia profondamente riformato in modo da riprodurre lo schema, sia pure con i caratteri che sono propri dell’Unione, della compresenza dei poteri legislativo, esecutivo e giudiziario.

Naturalmente ciò può avvenire per tappe e con riferimento, come accennato, a gruppi di materie.

Oggi purtroppo non siamo vicinissimi a un’estesa compartecipazione a una sovranità europea: basti pensare che l’Europarlamento non ha il potere dell’iniziativa legislativa.

Quando si aspira a un’Unione di bilancio europea spesso non si tiene conto che una simile innovazione nelle sue diverse forme e quella che nei dibattiti a volte dovrebbe precederla – ossia l’istituzione del ministro delle Finanze comunitario unico – non sono introducibili rebus sic stantibus.

Al contrario, richiedono, proprio perché si tratta di trasferimenti di poteri nazionali fondamentali – a cominciare da quello che si basa sul principio fondativo della democrazia “no taxation without representation” – una netta rivisitazione istituzionale dell’Unione.

Ne esistono oggi tutti i presupposti?

La risposta, se solo si pensa ai Paesi cosiddetti frugali e alle opposizioni al superamento del diritto di veto, non può che essere negativa.

Ma ciò non significa che non si debba procedere per step, avendo presente l’obiettivo finale da conseguire.

Ma non può dimenticarsi l’altro cardine dell’integrazione comunitaria: il principio di sussidiarietà, che i padri dell’Europa considerarono di pari dignità dell’integrazione.

Ciò che può essere fatto a livello nazionale non deve essere accentrato.

È stata la netta sottovalutazione di questo principio e delle sue applicazioni che ha finito con il favorire le incomprensioni nei confronti del processo di unificazione europea in una con le insostenibili esagerazioni nelle microdiscipline in cui si sono esercitate le burocrazie comunitarie.

La sussidiarietà non è la faccia buona del nazionalismo perché essa vive, ricorrendone le condizioni, solo in un bilanciamento con l’integrazione.

Ciò vale per molte materie, a cominciare da quelle bancarie e finanziarie per le quali l’accentramento che si persegue anche laddove meglio si agirebbe a livello di singoli Paesi finisce a volte con il confliggere con i principi di ragionevolezza, proporzionalità, adeguatezza e sussidiarietà.

Dalla trattazione in sede tecnico-scientifica di temi fondamentali per il futuro dell’Unione può venire un apporto ad affrontare una revisione istituzionale dell’Unione.

Dovrebbe essere prossima la pubblicazione del Report di Mario Draghi sulla competitività, che si collega con diversi altri argomenti.

È prevedibile che lo studio sarà al centro del dibattito sul che fare nelle politiche e negli assetti istituzionali e normativi da parte dei rinnovati organi dell’Unione.

A maggior ragione dopo una campagna elettorale che non ha presentato alcun progetto per l’Unione meritevole di essere sviluppato.

Poi ci si lamenta della tecnocrazia che invaderebbe i campi della politica.

Ma quando questa si presenta priva di progettualità non resta che il ricorso ai tecnici.

A maggior ragione se si tratta di personalità di altissimo livello.

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