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David Grossman, scrittore israeliano: “Ai bimbi di Gaza serve speranza nel futuro: ridargliela è nostro dovere” | L’intervista di Francesca Caferri

Lo sguardo di David Grossman – intervistato da Francesca Caferri su Repubblica del 22 maggio – è cambiato: non è più teso, cupo, perso nel buio del pessimismo.

Da mesi lo scrittore più famoso di Israele vive in un esilio autoimposto: il rifugio dove lo incontriamo è circondato dal verde e da poche tracce umane.

In questi mesi, per giorni – ci racconta – non ha visto anima viva e per la prima volta nella sua vita ha vissuto secondo un unico ritmo: quello della scrittura.

Il risultato è lo sguardo diverso a cui ci troviamo di fronte.

Non sereno, di certo: ma lungo, proiettato verso un futuro che milioni di persone oggi, a Gaza, nei Territori palestinesi ma anche in Israele, faticano a immaginare.

In questo sguardo, accanto alla rabbia e al dolore per quello che sta accadendo nella Striscia – “continuo a dire ai militari con cui parlo che stiamo lasciando cicatrici così profonde che i palestinesi non vorranno più sedersi a parlare con noi: e che è una cosa stupida, oltre che orribile” – si è insinuata la speranza.

Un sentimento che Grossman oggi vive come “una forma di resistenza” contro un governo che detesta e che ha preso la forma di Le avventure di Itamar, libro di racconti per bambini che lunedì prenderà vita sul palco del Teatro alla Scala di Milano sotto forma di due operine che il compositore Andrea Basevi ha scritto partendo dal testo.

Signor Grossman, un libro per i bambini è quasi necessariamente un libro di speranza. Oggi però si fatica a vederla…

“Eppure c’è. La Storia non si ferma mai: ai periodi di buio come quello che viviamo oggi, seguono momenti migliori. Ci vogliono anni, non parliamo del futuro prossimo, ma la speranza nel lungo periodo non muore. Nei periodi bui, come questo, bisogna tenere un’attenzione particolare ai bambini, essere consapevoli di quello a cui li esponiamo. Perché se ascoltiamo un telegiornale o stiamo con la radio accesa, noi siamo abituati a ciò che dice. Loro no e creano storie partendo da quello che hanno ascoltato, dando spazio alle loro paure: paure che possono essere più grandi della realtà che li circonda”.

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