Sanità e assistenza sociale rischiano di perdere 448mila addetti (il 24% degli 1,8 milioni complessivi).
Il campanello d’allarme suona in primis per la manifattura.
La quota di lavoratori tra i 55 e i 64 anni è oggi pari a 872mila in numeri assoluti e sono i soggetti che tra una decina d’anni usciranno dal lavoro.
Considerato che il settore conta poco più di 4,2 milioni di occupati (tra 15 e 64 anni) parliamo di una perdita potenziale del 20%.
Praticamente un quinto.
Non se la passa meglio la Pa, e in particolare l’istruzione.
Quest’ultimo settore ha una quota di lavoratori tra i 55 e i 64 anni di poco superiore al mezzo milione in termini assoluti.
Se pensiamo che gli occupati (15-64 anni) sono 1,6 milioni parliamo di una perdita potenziale del 32%, vale a dire un terzo.
Se guardiamo alle percentuali (ma con numeri assoluti più bassi) rischia di perdere un terzo degli occupati (-35%) pure l’assistenza alle famiglie.
IMPATTI MINORI
Alloggio e ristorazione, servizi di informazione e comunicazione, attività artistiche mostrano riduzioni più contenute ca cinque milioni di potenziali lavoratori in meno nel prossimo decennio è contenuta in uno studio Adapt, curato da Jacopo Sala, su dati Istat.
In media, i 55-64enni – dunque coloro potenzialmente più vicini alla pensione – pesano circa il 23% degli occupati tra i 15 e 64enni (in numeri assoluti, parliamo di 5,3 milioni di addetti), il che si traduce in una perdita potenziale analoga se non ci fosse un ricambio adeguato.
I settori più esposti sono quelli con quote più alte di lavoratori anziani, in particolare amministrazione pubblica e istruzione (dove l’età media è superiore ai 50 anni), oltre alle attività di famiglie come datori di lavoro domestico, come detto.
Al contrario, comparti come alloggio e ristorazione (circa 15%), servizi di informazione e comunicazione (circa 16%) e attività artistiche (circa 18%) mostrano una vulnerabilità più contenuta, coerentemente con una struttura occupazionale mediamente più giovane e con una maggiore presenza di coorti in età di ingresso e caratterizzate da maggiore mobilità lavorativa.
In numeri assoluti, sanità e assistenza sociale rischiano di perdere 448mila addetti (24% degli 1,8 milioni complessivi).
Adapt si spinge più in là, e offre un ulteriore approfondimento.
Se si amplia lo sguardo al saldo complessivo tra uscite e nuove entrate, anche tenendo conto dell’apporto della futura coorte giovane – stimato a partire dall’ingresso nel mercato del lavoro dei 5-14enni di oggi sulla base degli attuali livelli occupazionali della classe 15-24 anni – la dinamica mostra ugualmente una contrazione significativa dell’occupazione.
Qui infatti si vede chiaramente l’effetto culle vuote, con nascite ormai stabilmente sotto la soglia delle 400mila unità l’anno (nel 2024 siamo scesi al minimo storico di 1,38 figli per donna), e tutte le difficoltà di ingresso di donne e giovani.
Ebbene, così ragionando, la stima indica che il totale degli occupati 15-64 scenderebbe da 23,1 milioni a 18,8 milioni, pari a una riduzione netta di circa il 18,6% nell’arco di dieci anni (in numeri assoluti 4,3 milioni di unità).
In altre parole, il ricambio generazionale attenua solo in parte l’impatto dei pensionamenti, senza riuscire a compensarlo pienamente.
È bene sempre considerare che si tratta di una “proiezione orientativa”: eventuali riforme pensionistiche o una maggiore permanenza volontaria al lavoro dei 55-64enni potrebbero modificare in senso meno marcato l’entità effettiva della flessione.
Ma l’allarme c’è.
La strada per il Paese è obbligata, in attesa di una ripresa della natalità, che comunque non accadrà a medio-breve termine.
La prima necessità è di inserire al lavoro i giovani, a cominciare dai circa 1,4 milioni di ragazzi Neet nella fascia 15-29 anni.
Una recente audizione di Bankitalia sugli effetti della demografia ha ricordato i tre principali ritardi italiani: i giovani escono dalla famiglia d’origine in media a 30 anni (dati 2023), contro i 26,4 anni nell’area Euro; solo l’8,7% degli studenti tra 15 e 29 anni lavora o lo cerca durante gli studi, a fronte del 28,6% nella media Ue (dati 2023) e dal 2004 a oggi il tasso di attività nella fascia 15-34 anni è sceso di quasi 10 punti percentuali.
Anche lo scorso dicembre (Istat) mentre la disoccupazione scendeva ai minimi, al 6,5%, per i giovani continuava a salire al 20,5%, +1,4 punti su novembre, posizionando l’Italia agli ultimi posti tra le nazioni europee (la media nell’area euro è del 14,3%, nella Ue a 27 è del 14,7%).
La seconda necessità è aumentare il tasso di occupazione femminile: nella fascia 15-64 anni, a dicembre era al 54%, oltre 12 punti sotto la media Ue.
Nel Mezzogiorno tale quota era appena il 43,1%.
Le donne rappresentano circa due terzi di chi non lavora ed ha rinunciato a cercare (sono quasi 8 milioni su 12,5 milioni di inattivi).
Escludendo le studentesse, i carichi di cura familiari sono il principale freno per oltre la metà di queste donne.
C’è poi il tema migratorio: nel 2024 gli stranieri rappresentavano il 10,5% dell’occupazione totale, siamo al 15,1% tra gli operai e gli artigiani e al 30,1% tra il personale non qualificato.
Di qui l’urgenza di rendere più attrattiva l’Italia, soprattutto per gli stranieri qualificati.
C’è poi la sfida di aumentare l’occupazione anche tra i senior.
Il centro studi Itinerari previdenziali ha calcolato che il tasso di occupazione tra i 55 e 64 anni è al 58,2% rispetto al 64,4% della media Ue e al 74% e più dei Paesi del Nord Europa.
Come sottolinea il rapporto del Cnel “Demografia e lavoro” l’Italia ha un indice di dipendenza degli anziani (rapporto tra 65 e più su popolazione tra i 20 e i 64 anni) che ha superato il 40%, ben 14 punti percentuali circa sopra la media Ue-27 e potrebbe continuare a salire fin oltre il 65%.
Analogamente, l’indice di dipendenza economica (inattivi di 65 anni e oltre su occupati tra i 20 e i 64 anni) ha superato il 60%, circa 14 punti sopra la media europea.
Il problema non è l’aumento del numeratore, legato all’aumento della longevità, ma la maggior riduzione del denominatore; da dieci anni si assiste al calo della componente centrale della forza lavoro, la fascia 35-49, scesa da oltre sette milioni nel 2014 a 5,7 milioni nel 2024.
Per favorire la permanenza al lavoro dei senior, in manovra è stato prorogato il bonus Giorgetti che assegna in busta paga la quota del 9,19% di contributi al lavoratore, che pur avendo maturato i requisiti, decide di rimandare l’uscita.
Il governo ha poi cancellato le opzioni di uscita anticipata (Quota 103, Opzione Donna), lasciando solo Ape sociale, per il solo 2026 (uscita a 63 anni e 7 mesi ad alcune categorie).
Insomma, servono politiche di age management, con un ripensamento dell’organizzazione del lavoro, prevedendo soluzioni come il part-time o lo job sharing, orari di lavoro più flessibili, smart working.
L’aumento della platea di lavoratori è essenziale per la tenuta del nostro welfare e del sistema pensionistico a ripartizione.
Oltre a essere fondamentale per l’economia.
È bene che ce lo ricordiamo.








