Nella sempre più complessa evoluzione delle relazioni internazionali, la lotta senza quartiere dell’America di Trump alle politiche climatiche – ribadita anche a Davos – si manifesta, oltre che dall’uscita da tutte le istituzioni multilaterali che se ne occupano, con il proposito di inondare di petrolio il mercato globale per far cadere i prezzi e deviare gli investimenti dalle tecnologie sostenibili.
L’innovazione, la produzione su larga scala e il forte calo dei costi in settori come quello solare, delle batterie e dei veicoli elettrici sono stati guidati infatti in gran parte dalla Cina e quindi frenarne la diffusione è un modo indiretto per contrastarne la sua egemonia nel commercio globale.
A prezzi delle fonti fossili stabilmente e significativamente più bassi questa convenienza verrebbe meno.
I rischi geopolitici a lungo termine degli investimenti per ampliare l’offerta delle fonti fossili, soprattutto nelle disastrate infrastrutture e le incerte prospettive del Venezuela, sono però elevati, come hanno fatto sapere le grandi Compagnie.
Così, per raggiungere l’obiettivo, l’amministrazione americana promette garanzie per il ritorno economico.
Nell’accerchiamento alle politiche per la transizione, l’Europa al momento cerca di mantenere la rotta nonostante i cedimenti sull’applicazione di molte direttive.
Dal primo gennaio scorso è in vigore la tassa europea sul carbonio (CBAM) che introduce un cambiamento nelle regole del commercio con l’Unione per avere nei beni importati il valore del costo del carbonio, comparabile a quello espresso dal sistema ETS europeo.
Il meccanismo mira a prevenire la rilocalizzazione delle emissioni, imponendo una tariffa sulle importazioni ad alta intensità di carbonio (questa prima fase riguarderà le materie prime: cemento, acciaio, alluminio, fertilizzanti, elettricità e idrogeno).
Promuovendo in questo modo anche l’introduzione di meccanismi per dare un prezzo al carbonio anche al di fuori dell’Ue, proteggerebbe l’industria europea dai rischi del “carbon leakage”.
Nel 2025 già si contavano 80 strumenti per dare un prezzo al carbonio in 95 giurisdizioni, che coprivano il 28% delle emissioni globali, con sistemi, rilevazione delle emissioni e quindi valori attribuiti al carbonio profondamente diversi tra loro.
Nonostante l’opposizione alla sua introduzione, paesi come Messico, Brasile, Colombia, Giappone proprio in vista dell’introduzione del CBAM stanno studiando schemi nazionali.
Dal 2027 la Cina metterà un cap alle emissioni del settore dell’acciaio, espandendo il proprio meccanismo ETS.
La CBAM è insomma un cantiere aperto che va monitorato per non perdersi nei meandri delle regole burocratiche e di possibili elusioni.
Se si riuscirà a farlo funzionare, sarà un tassello importante per frenare lo smantellamento delle politiche climatiche nazionali, indispensabili per raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni globali.








