Negli ultimi 80 anni il reddito per abitante in Europa, rispetto agli Stati Uniti, ha attraversato due fasi diverse.
Alla fine della guerra, nel 1945, il reddito europeo si era ridotto a meno di un terzo di quello americano.
Poi, anche grazie al Piano Marshall, l’Europa si riprese rapidamente: in 50 anni il divario con gli Usa era colmato.
A quel punto, però – siamo a metà degli anni ’90 – la convergenza si è fermata e il divario ha ricominciato a crescere.
Oggi il reddito pro capite europeo è di nuovo inferiore, di un 20% circa, a quello americano.
Lo stesso andamento, a grandi linee, è stato registrato in Giappone.
C’è una spiegazione comune: negli anni Novanta, sia in Europa sia in Giappone, si è esaurita la fase di «crescita per imitazione»: una crescita basata sul copiare, e spesso migliorare, prodotti inventati dagli americani (pensate alle automobili tedesche, all’elettronica giapponese e anche agli elettrodomestici italiani).
Quando un’economia raggiunge la frontiera della tecnologia, «crescere per imitazione» non è più possibile: bisogna innovare, saperlo fare.
Il guaio è che le istituzioni che aiutano un Paese a «copiare» (grandi banche che offrono finanziamenti a lungo termine, grandi imprese con una forza lavoro stabile) non sono le stesse che servono per innovare.
Che cosa serve per innovare?
Un mercato dei capitali agile, pronto a finanziare idee nuove.
Scienziati. E imprenditori, capaci di trasformare in imprese, appunto, quelle idee sviluppate nei laboratori delle università.
Non serve dunque inventare una nuova politica industriale: quando lo fanno, gli Stati per lo più producono disastri.
Si tratta di mettere aziende e lavoratori in grado di trasformarsi da soli.
Questo vuole dire crediti di imposta agli investimenti, non decontribuzioni per l’assunzione di lavoratori.
E soprattutto istruzione, cioè insegnanti ben pagati, se non vogliamo che dentro la scuola finiscano per restare i più scarsi.
E una sanità efficiente, a sua volta necessaria per evitare che i giovani emigrino.








