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Come combattere la stagnazione: solo un aumento della produttività può far crescere il Pil | L’analisi di Riccardo Illy

Dopo il rimbalzo determinato dalla fine della pandemia il PIL italiano, che per decenni languiva con crescite dello zerovirgola, nel 2022 ebbe un sussulto dovuto all’avvio dei primi progetti finanziati dal Pnrr. Già l’anno successivo, e poi il 2024 e il 2025 che sta finendo, siamo ripiombati nella quasi-stagnazione.

Viene da chiedersi se quella italiana sia una dannazione, della quale non siamo riusciti a liberarci stabilmente nemmeno con i 200 miliardi della UE, parte dei quali a fondo perduto.

Il confronto con altri paesi europei, come la Spagna, sembra impietoso ma è fuorviante. Infatti, il primo problema alla radice della nostra crescita asfittica è la demografia. Mentre la nostra popolazione – a causa degli ulteriori cali del tasso di natalità, della fuga all’estero dei giovani ma anche della lotta all’immigrazione clandestina – è in calo, quella spagnola cresce. Perché il saldo naturale (nati-morti) è migliore ma lo è soprattutto quello migratorio. Non solo scappano meno giovani ma soprattutto arrivano più migranti di lingua spagnola (non soggetti a “rigetto”) dal Sud-America.

Se il confronto viene fatto sul Pil pro-capite l’Italia ne esce meno penalizzata; il problema è che nel rapporto con il debito quello che conta è il Pil complessivo. Che è stato dapprima colpito dalla crisi dell’automotive; usando un’iperbole non si vendono più vetture termiche ma non se ne vendono ancora di elettriche, perché non ritenute ancora mature.

Poi sono arrivati la svalutazione del dollaro (10%) e i dazi americani (15%); la modesta crescita del Pil italiano si basava da decenni sull’export e questo non può reggere il 25% di penalizzazione sul mercato americano, singolarmente il più importante.

I dazi Usa verso la Cina sono ancora più pesanti, così questa ha reindirizzato il proprio export verso altri paesi, in particolare europei. Realizzando il maggior surplus della bilancia commerciale di sempre, pari a 1.000 miliardi di dollari, e penalizzando il nostro export.

All’interno, il nostro Pil non può crescere di più soprattutto a causa delle retribuzioni più basse (non hanno ancora recuperato il potere d’acquisto ante-Covid19) rispetto ai partner europei.

Che fare allora? Di fronte a un tasso di natalità che nemmeno Mussolini riuscì a smuovere e a una politica verso gli immigrati che sembra essere apprezzata perfino da parte di coloro che non votano per il Governo e alle difficoltà all’export che si protrarranno per almeno altri due anni sembra rimanere una sola strada: l’aumento della produttività.

Occorre incentivare e promuovere gli investimenti delle imprese e della Pa (sia gli uffici sia la sanità) in digitalizzazione, automazione, robotizzazione, intelligenza artificiale per poter produrre di più (beni e servizi) in meno (lavoratori). Questi investimenti faranno crescere loro stessi il Pil, renderanno i nostri prodotti più competitivi all’export e consentiranno di aumentare le retribuzioni, stimolando anche i consumi interni.

Migliori retribuzioni potrebbero anche diminuire la fuga dei giovani, con benefici sulla demografia e quindi sui consumi. Chi proporrà un programma del genere, che possiamo definire win-win, avrà buone probabilità di vittoria alle prossime elezioni politiche.

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