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Colpo di scena sui conti pubblici. C’è una nuova voragine da 39 miliardi | L’analisi

Nel 2023 il rapporto deficit-pil è sceso di quasi un punto e mezzo percentuale attestandosi al 7,2%.

Un dato positivo, a leggerlo in ottica tendenziale, ma negativo se confrontato con le stime della Nadef di fine settembre: 5,3%.

A pesare, nella visione del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, è stata «l’emorragia dell’irresponsabile stagione del Superbonus» che ha generato una voragine da 39 miliardi di euro nelle casse dello Stato.

La corsa al bonus registrata nell’ultimo trimestre dell’anno scorso, scrive MF-Milano Finanza, ha fatto impennare la spesa per Superbonus dai 37 miliardi preventivati in Nadef (nel Def erano appena 14 miliardi) ai 76 miliardi effettivi.

Sommando questa cifra ai 17 miliardi spesi nel 2021 e ai 54 miliardi del 2022 il totale si porta a 143 miliardi.

L’effetto registrato oggi sul deficit, peraltro, si trasferirà domani sul debito, considerando che il periodo di ammortamento è spalmato in cinque anni.

A influire su quel 7,2% di deficit-pil potrebbero essere stati anche altri crediti fiscali, che però il governo non ha specificato limitandosi a puntare il dito contro il Superbonus.

Che la misura abbia avuto effetti sui conti pubblici è fuor di dubbio.

Che questi effetti siano di natura radioattiva, per riprendere un’espressione cara al ministro, è ancora da capire appieno.

Due numeri, tra tutti, possono aiutare a mettere meglio a fuoco la questione.

Il primo arriva da Enea: al 31 gennaio 2024 – dice l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo sostenibile – il totale degli investimenti ammessi a detrazione aveva un valore teorico di 107 miliardi di euro.

Il secondo, aggiornato al 14 novembre 2023, arriva invece dall’Agenzia delle Entrate: dal 15 ottobre 2020 a quella data, riferisce l’ente guidato da Ernesto Maria Ruffini, i crediti da Superbonus effettivamente compensati ammontavano a 18,3 miliardi.

Nulla di certo invece sul fronte crediti incagliati, dove anche l’Agenzia delle Entrate ha alzato bandiera bianca: prendendo a riferimento le stime di Ance e degli uffici parlamentari, la cifra dovrebbe attestarsi tra 30 e 50 miliardi.

A complicare il quadro degli incagli è intervenuto, nel febbraio 2023, il decreto Cessioni con cui il governo ha ridotto l’entità del bonus dal 110 al 90% e ha stoppato la cessione dei crediti e lo sconto in fattura.

E non è finita qui, perché la classificazione potrebbe subire una revisione entro il prossimo trimestre, quando Eurostat chiederà conto all’Istat del supplemento di verifica suggerito a fine settembre alla luce «dell’evoluzione dei crediti d’imposta incagliati e degli interventi che il governo potrebbe intraprendere per risolvere il problema».

La probabile richiesta di riclassificazione arriverebbe peraltro proprio nelle settimane (rigorosamente dopo le europee, per non inimicarsi Giorgia Meloni, prezioso alleato in vista della rielezione di Ursula von der Leyen alla guida della Commissione Ue) in cui l’Italia sarà raggiunta dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo data per certa a Bruxelles e ribadita pochi giorni fa dal commissario agli Affari Economici Paolo Gentiloni.

Resta però un quesito di fondo: com’è stato possibile uno scarto di due punti nelle previsioni?

Di chi è la responsabilità?

Nel tentativo di rispondere a questa topica tra le mura del Tesoro gli alti funzionari si rimpallano le responsabilità.

In questo gioco allo scaricabarile tra dipartimenti a repentaglio c’è però molto più che una poltrona: ci sono i conti pubblici.

E tra poco sarà di nuovo tempo di Def.

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