Lorenzo Bini Smaghi, ex membro del consiglio direttivo della Bce e oggi presidente di Société Générale, commenta l’aumento di 500 miliardi del piano Pepp deciso dalla Bce.
Una decisione tutt’altro che timida, dal momento che «la presidente Lagarde ha detto esplicitamente che la Bce, se necessario, potrà fare più di quanto deciso, e aumentare il pacchetto di acquisti oltre il 2022».
«Il rischio», afferma però, «è credere che gli acquisti di Francoforte possano durare all’infinito, il conto per l’Italia è solo rimandato alla fine della crisi».
Bini Smaghi si sofferma poi sulla reazione negativa dei mercati: «i mercati devono digerire una serie di decisioni, non solo quelle della Bce. Vogliono capire l’efficacia del piano per il Recovery Fund. E poi c’è l’incognita Brexit. Forse si aspettavano indicazioni più ottimistiche sugli effetti del vaccino sulla ripresa economica: su questo Lagarde ha voluto essere prudente».
Per l’Italia, aggiunge, la decisione della Bce vale «Il 18% di 500 miliardi», il che «significa oltre 90 miliardi di euro di titoli italiani acquistati dalla Bce in nove mesi, persino più del fabbisogno pubblico. Ciò significa tassi ancora molto favorevoli per il debito e le imprese che hanno bisogno di liquidità».
Il piano prolungato di aiuti, continua, può però celare un rischio, quello di «credere che ci si possa indebitare all’infinito, ma è sbagliato pensare che la politica monetaria permetta pasti gratis». «Il conto è solo rimandato a dopo la crisi, quando gli acquisti finiranno. Pensare che il debito in pancia alla Bce verrà cancellato è una pia illusione: lo vieta il suo statuto. A partire dal 2023 i paesi che avranno investito bene riprenderanno a crescere e non avranno problemi di debito eccessivi. Quelli che avranno sprecato l’opportunità usando i fondi per finanziare spesa corrente o bonus di vario genere si ritroveranno con un debito e oneri più elevati».








