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[L’intervento] Luigi Balestra (presidente Osservatorio Riparte l’Italia): «Basta con la filantropia spot. Serve una solidarietà integrata e di comunità per combattere i divari sociali e la povertà»

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La Relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia evidenzia una serie di dati estremamente interessanti, sui quali focalizzare l’attenzione anche in una vista delle azioni da intraprendere nel futuro. Tra di essi assume precipuo rilievo quello relativo alla drastica riduzione delle situazioni di povertà estrema a livello planetario (passate da quasi due miliardi a meno di settecento milioni), fenomeno ancor più rilevante se rapportato all’aumento esponenziale della popolazione mondiale. A questa brusca inversione di tendenza ha contribuito l’accesso ampio e libero al mercato, che ha consentito un aumento generalizzato della produttività.

I divari sociali acuiti

Tutto bene, verrebbe da dire con malcelata soddisfazione. Ma non è così. L’epoca contemporanea ha acuito i divari sociali; la ricchezza ha rifuggito processi di distribuzione omogenei, finendo per concentrarsi, in maniera sempre più pervasiva, nelle mani di pochi. Frange sempre più estese della popolazione si ritrovano a vivere ristrettezze e durature difficoltà.

Se è incontestabile che nel mondo si siano ridotte le situazioni di povertà estrema, non è men vero che sono vistosamente aumentati i casi di persone e di famiglie che si trovano in difficoltà economica. La povertà, invero, è concetto che postula una declinazione con riguardo all’ambiente di riferimento, di modo che essa – nel contesto di appartenenza – è riscontrabile anche in quelle ipotesi in cui una persona abbia le disponibilità per provvedere all’allestimento di una dimora e agli elementari bisogni connessi al sostentamento, ma sia priva dei mezzi necessari per poter raggiungere una soglia minima di benessere.

Chi non abbia la possibilità di pagare l’accesso a una palestra, di tanto in tanto il biglietto di ingresso a un cinema o un teatro, un piccolo regalo a una persona a cui sia legato affettivamente – solo per fare qualche esempio – non v’è dubbio versi in uno stato di povertà, come tale fonte di disagio, di malessere e di frustrazioni.

Aumento esponenziale delle povertà

Di fatto, all’attenuazione dei fenomeni di povertà estrema, ha corrisposto un aumento esponenziale delle situazioni di povertà sic et simpliciter, le quali nelle società occidentali stanno investendo non solo (e non tanto) coloro i quali hanno «migliorato» la loro condizione (per esser transitati, appunto, da un’originaria povertà estrema), ma soprattutto una massa di individui ritrovatisi al cospetto di un peggioramento sensibile, costretti a dover fare i conti con uno stile di vita stravolto.

Il deterioramento delle condizioni di vita e l’incertezza del futuro sono alcune delle chiavi di lettura dell’attuale fase storica. Le cause sono molteplici e su di esse i sociologici, unitamente ad altri saperi disciplinari, sono già da tempo chiamati a dibattere.

Il problema del lavoro

In questa sede, si può tentare di offrire qualche chiave di lettura al paziente lettore. La presa di coscienza dell’importanza dell’estrinsecazione della personalità umana, anche in vista anche del raggiungimento di un benessere minimo o, ancor più, di quell’utopica felicità la quale, in pochi contesti, viene fatta assurgere a vero e proprio diritto, ha aumentato la propensione degli individui verso la diversificazione degli interessi da coltivare e dei bisogni da soddisfare.

A questa tendenza, cavalcata con sempre maggiore vigore dagli esseri umani non corrisponde, nella stragrande maggioranza dei casi, il riconoscimento di retribuzioni adeguate, le quali nella maggior parte dei casi – e, per vero, neppure sempre – sono idonee esclusivamente a soddisfare imprescindibili bisogni di vita.

Mancanza di lavoro, precarietà, lavoro povero, sono fenomeni che esasperano questo panorama, ponendosi in totale contrasto con l’idea – immanente alla Carta costituzionale – dell’attività lavorativa quale componente fondamentale dell’esistenza degli individui, e ciò sotto un duplice profilo:

  • mezzo di conseguimento di quanto necessario per condurre un’esistenza libera e dignitosa;
  • strumento di estrinsecazione della personalità degli individui, anche nella prospettiva della responsabilità che su ciascuno di noi grava in termini di contribuzione al progresso del Paese.
Disgregazione dei consorzi familiari

Altro fenomeno dirompente da menzionare è la disgregazione crescente dei consorzi familiari. L’aumento esponenziale di separazione e di divorzi – fenomeno sul quale sarebbe bene avviare un serio confronto in merito ai radicali cambiamenti degli stili di vita e dei valori fondanti – è certamente tra le cause di maggior impatto, tenuto conto della duplicazione delle spese – e, più in generale, delle diseconomie – che la biforcazione dei percorsi di vita implica.

Tutte queste cause, già in atto da tempo, sono state amplificate, sotto molteplici versanti, dalla crisi pandemica e dalla guerra in atto. Ansie e inquietudini crescenti, con tutte le loro dirompenti implicazioni nelle dinamiche sociali, familiari ed economiche; brusche interruzioni di attività la cui ripresa si è rivelata sovente difficoltosa quando non impossibile; necessità di saper dar vita tempestivamente a processi di riconversione; aumento rilevante dei prezzi e in misura esponenziale delle energie; difficoltà negli approvvigionamenti e aumento dei costi delle materie prime.      

Le scelte pubbliche e del mercato

La situazione attuale si connota per una marcata gravità e ritengo imponga una riflessione in chiave maggiormente solidale sulle scelte pubbliche e su quelle relative al mercato.

Sotto il primo profilo, non pare possa essere posto in seria discussione che il riequilibrio sociale dovrà rappresentare il fine ultimo di ogni intervento di politica economica, rivesta esso natura correttiva, implementativa o promozionale. In altri termini la bontà delle scelte sarà da valutare non solo con riguardo ai precipui obiettivi avuti di mira attraverso l’ideazione e la messa in opera di ciascuna di dette scelte, ma anche sotto la visuale della idoneità a combattere – per lo meno in via indiretta – diseguaglianze e storture.

L’obiettivo deve essere il benessere dell’intera collettività

Tutti coloro i quali sono in grado di generare profitti in modo rilevante dovranno poi esser sensibilizzati, mediante una «chiamata» ad investire una parte dei guadagni in iniziative che abbiano di mira il benessere dell’intera collettività. Il tutto dovrebbe avvenire secondo schemi e paradigmi che sappiano innescare itinerari condivisi. Quel che si vuol dire è che la filantropia – la quale non fa difetto a molti imprenditori – non dovrebbe più essere lasciata, per lo meno integralmente, all’iniziativa, seppur meritoria, dei singoli, ma convogliata, discussa e decisa nell’àmbito di una progettualità condivisa.

Si tratterà di soldi ben spesi, non solo perché faranno del bene a persone bisognose, ma anche perché susciteranno l’idea di un Paese vitale, che agisce, allentando le tensioni e ricucendo a livello sociale. A beneficiarne saranno tutti e, per primi, gli stessi benefattori, i quali si troveranno al cospetto di condizioni migliori al fine di far prosperare le loro attività.  

Agire per il bene comune ed operare con iniziative concertate – attraverso un ruolo decisivo del pubblico nel coordinamento – può rappresentare una delle chiavi di volta per consentire l’inversione di uno stato di cose che, se lasciato a se stesso, rischia di dar vita a potenti deflagrazioni.

La filantropia non è una stelletta da appuntarsi sulla giacca, ma nell’attuale momento storico un dovere morale.   

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