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Vi spiego i salari da poveri degli insegnanti e perché sottopagarli condanna al declino | L’analisi Christian Raimo

“Lo stipendio dei docenti italiani fa schifo. Anche con il nuovo contratto firmato (tranne dalla Cgil) in ritardo, anche con l’arrivo degli arretrati (uno stentato migliaio di euro a docente), anche con la promessa del nuovo contratto 2025-2027“.

Inizia così l’analisi di Christian Raimo sul quotidiano Il Domani.

“La prima ragione è che l’inflazione nel frattempo ha eroso e eroderà ogni beneficio di questi aumenti, e quindi la perequazione è insufficiente.

In una grande città lo stipendio degli insegnanti non basta a sostenere un affitto.

Però la questione delle retribuzioni non è solo una rivendicazione vertenziale, ma è un’emergenza culturale preclara per tutto il sistema paese.

Se all’inizio del nuovo millennio il divario con la media europea non era drammatico, due decenni di blocchi contrattuali e una serie di presunte riforme orientate al risparmio hanno penalizzato la qualità dell’istruzione, con effetti sulla motivazione dei docenti.

SCALA MOBILE A ROVESCIO

Il declino del potere d’acquisto dei docenti italiani ha cause che affondano negli anni Novanta.

Il decreto legislativo n. 29 del 1993 ha trasformato il rapporto di lavoro dei docenti da diritto pubblico a natura privatistica, abolendo gli scatti di anzianità biennali in favore di progressioni ogni sei anni.

Questa modifica ha sganciato gli stipendi dal tasso d’inflazione programmato, realizzando di fatto una scala mobile a rovescio, ed erodendo costantemente i livelli salariali.

Mentre tra il 1990 e il 2020 paesi come Francia e Germania hanno registrato un aumento dei salari lordi di circa il 30 per cento, l’Italia è stato l’unico paese dell’Ocse a riportare una variazione negativa del 3 per cento, un grafico avvilente.

Il vero tracollo è avvenuto con la crisi del 2008: il decreto legge 78 del 2010 congelando i contratti pubblici fino al 2018, ha causato una perdita netta del potere d’acquisto stimata tra il 15 per cento e il 20 per cento.

Io e i miei colleghi abbiamo perso una media di 40/50mila euro, che nessuno ci ridarà mai.

Sono soldi che avremmo speso, ovviamente, soprattutto in formazione.

Un docente che nel 2010 aveva una capacità di spesa pari a 100, si è ritrovato nel 2018 con un valore reale di soli 80-85-punti.

Nel 2026, secondo i dati Eurydice e Ocse, questo panorama nero si è fissato all’orizzonte.

In Francia, in Germania, in Lussemburgo, ma persino in Spagna, si guadagna il 10, il 20, fino al 100 per cento in più.

E il divario è ancora più eloquente se analizzato in rapporto al Pil pro capite.

In Italia, un docente a metà carriera guadagna appena il 90 per cento del Pil pro capite nazionale: è un nuovo povero di matrice intellettuale, un membro esausto del proletariato cognitivo.

In Germania questa percentuale sale al 140 per cento, in Francia al 110 per cento e nei paesi scandinavi supera stabilmente il 150 per cento.

TRE EFFETTI DEVASTANTI

Queste dissennate, umilianti politiche retributive hanno generato tre effetti devastanti sul sistema scolastico.

Primo, l’invecchiamento del corpo docente: l’Italia ha gli insegnanti più anziani d’Europa, con oltre il 50 per cento dei docenti sopra i cinquanta anni.

Lentezza dei concorsi e precariato determinano che si arrivi a una cattedra stabile solo dopo i quaranta anni, meno capaci a quel punto di sostenere una formazione in itinere approfondita.

Secondo, la palude del precariato: tra i docenti sotto i 35 anni, circa l’80 per cento lavora con contratti a tempo determinato, una condizione di incertezza che allontana i talenti migliori dalla professione.

Terzo, la difficoltà gigantesca nel reclutamento per le materie Stem, dall’informatica alla chimica: un laureato in discipline scientifiche o tecnologiche perché dovrebbe scegliere l’insegnamento se il mercato privato offre stipendi di partenza molto superiori ai 1.500 euro mensili della scuola?

NESSUNA STRATEGIA

E le cose, lo sappiamo fin d’ora, non andranno meglio.

Il Pnrr ha destinato oltre 30 miliardi di euro all’istruzione e alla ricerca, che sono finiti quasi esclusivamente sulle – spesso inutili – infrastrutture digitali e per compensare al ribasso la selezione e la formazione docenti.

Non si sono viste invece risorse per un aumento strutturale e massivo degli stipendi, l’unico fattore in grado di restituire un’attrattività e una dignità sociale alla professione.

Le stime recenti indicano che per allineare gli stipendi italiani alla media europea sarebbe necessario un investimento aggiuntivo di circa quindici miliardi in cinque anni.

Senza un piano pluriennale condiviso politicamente, l’Italia rischia al contrario di continuare a disinvestire nella propria classe di formatori e quindi a sua volta nella formazione degli studenti.

Il risultato è che si perdono ogni anno decine di migliaia di laureati, formati a spese dello stato.

Solo una serie di governi mediocri e suicidi può continuare a non investire sulle retribuzioni dei docenti: analisi fondate su dati Ocse indicano che un aumento della spesa per l’istruzione contribuisce alla crescita strutturale del Pil nel lungo periodo.

Valorizzare gli insegnanti significa, in ultima analisi, avere un’idea di paese.

Non farlo o fare finta di farlo è sedersi sul fiume e aspettare che passi il proprio cadavere” conclude Raimo.

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