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Marco Villani (Corte dei Conti): «Per riconoscere un vero diritto alla felicità le istituzioni devono ripartire dalla giustizia»

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Le riflessioni di Luigi Balestra a margine della celebrazione della giornata internazionale della felicità istituita dall’Assemblea delle Nazioni Unite hanno suscitato involontarie suggestioni col mio lavoro quotidiano.

La felicità è una legittima e adamantina aspirazione umana accolta anche nella Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti d’America ove si legge il diritto al “perseguimento della felicità”.

Per calare la felicità nel quotidiano e vederla passeggiare nella società, istintivamente osservo che essa non ha legami obbligatori con la ricchezza, ma di certo sarebbe un ossimoro accompagnarla con la povertà. Non è soddisfatta da ciò che Dante definirebbe il “contingente” terreno, ma ha difficoltà a prescindere interamente da esso.

Così la condizione di povertà rende, nei fatti, astratta l’idea di un diritto alla felicità come un qualcosa di conosciuto, ma impalpabile.

Nell’ultimo anno ancor di più; dopo aver vissuto rivoluzioni industriali, finanziarie e digitali che hanno favorito la ridistribuzione della ricchezza prodotta nel mondo, la pandemia ha ridato corpo a vecchie povertà e ne ha disvelate di nuove. Lo spettro di continui lockdown, al contempo, allunga ogni giorno di più la sua ombra su tutta una classe media di professionisti, piccoli commercianti, artigiani e sul loro indotto, facendo sentire i morsi della sua angoscia. Il Covid presenta uno scenario che è un muto congedo alla felicità.

Non si tratta, però, soltanto della povertà materiale, che aggredisce il “primum vivere” attribuito ad Hobbes, molte, nuove e differenti povertà stanno emergendo, di ordine sociale e psicologico, corollario delle nuove fragilità. Sociale in quanto la crisi è prima pandemica, poi economica, crisi di prospettive lavorative, crisi di opportunità accompagnate da limitazioni sempre nuove che, come detto da Luigi Balestra, lasciano “stremati e smarriti” i cittadini. Le persone sentono venir meno libertà fisiche ed economiche e vivono questo stato d’eccezione ben lontani anche da un simulacro di felicità, tantomeno da un diritto alla stessa. Restrizioni alla libertà di circolazione, restrizioni al diritto allo studio, ma su tutte le restrizioni al diritto dovere – per alcune categorie – di completarsi come cittadini attraverso il lavoro.

Limitazioni che ci interrogano nel profondo su cosa debbano fare le istituzioni per permettere una nuova ricerca della felicità. Ritengo la testata d’angolo su cui ripartire sia la giustizia.

Qual è il compito delle istituzioni? Non una ridistribuzione materiale di ricchezza (che, peraltro, nel nostro Stato spesso è a debito delle generazioni future), ma svolgere una funzione di garante di una giustizia sostanziale; assicurare quella condizione in cui “veritas vos liberat” (Gv.8,32) perché vi sia per ogni mugnaio un giudice a Berlino. Un giudice imparziale ed equilibrato che, per la sola possibilità di esercizio del proprio potere ”nullo”, attesta che possono esserci pari opportunità, contrastando ogni sopruso ed incarnando l’aspettativa di civiltà che guida la crescita dell’umanità. Una giustizia giusta che, per essere tale, deve essere facilmente accessibile ed esprimersi velocemente, senza mai turbare le coscienze. Una giustizia imparziale che solleva e sostiene l’uomo comune. Una giustizia più bilancia che spada.

La giustizia rappresenta l’ultimo sentimento ad uscire dal vaso di Pandora: la speranza. La giustizia tocca l’animo di ognuno ed instilla speranza, la ricchezza, invece, da sola, smarrisce e confonde.

Le istituzioni non devono limitarsi, però, ad assicurare il “servizio giustizia”; questo è solo un tassello del vivere civile che garantisce la felicità. Un tassello che svolge un ruolo concreto e positivo soltanto in un organico concorso con gli altri servizi, sfaccettature dello stesso caleidoscopio democratico in cui viviamo. Come si legge nel citato articolo, in un dibattito del 5 marzo scorso presso la Fondazione Guido Carli, Gianni Letta ha ricordato come, pur senza esplicitarlo, i Padri costituenti già abbiano indicata la nostra via per il diritto alla felicità scrivendo, fra i principi fondamentali, che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale. Nel verbo rimuovere vi è tutto il peso e tutta la potenza in capo alla Repubblica per vincere ogni disuguaglianza, per agire affinché nessuno si senta abbandonato in una condizione di insostenibile irrilevanza rispetto alla società che lo circonda.

L’avvocato Bryan Stevenson, che dagli anni 70 ha speso la sua vita in difesa dei poveri e dei condannati alla pena capitale – spesso vittime di pregiudizi razziali –, uomini che nessuno voleva difendere, davanti al Senato statunitense ha affermato che la sua esperienza lo ha convinto che il contrario della povertà non sia la ricchezza ma la giustizia perché, come si legge nel libro che racconta la sua missione, “se impedisci ad una persona di studiare, di votare, di curarsi, di avere un lavoro dignitoso, di avere gli stessi diritti e le stesse opportunità degli altri, lo condanni alla povertà: la legge è ricchezza, la legge è giustizia. Sento parlare spesso di soldi, ma la povertà non si combatte con i soldi, si combatte con la forza della legge che deve essere uguale per tutti”.

La giustizia, in un’aula di tribunale o fra le vie delle nostre città, non deve mai essere matrigna, i diritti devono sempre essere di tutti, mai ridotti a privilegio. Spetta a chi governa riaccendere la speranza di un benessere diffuso, di una nuova fase di crescita economica. Ci si deve muovere guardando ai giovani come ad un patrimonio umano troppo turbato dai cambiamenti dettati dal Covid su cui investire, confidando nel loro genuino riconoscimento del merito, creando condizioni che possano colmare vecchie e nuove disparità. Ciò permetterebbe di riqualificare il nostro welfare, i comportamenti ed il sistema delle relazioni fra le persone, trasformare, innanzitutto, la “ricchezza” dei fondi comunitari – mai così consistenti – in felicità, ridonando e corroborando il diritto al lavoro su cui si fonda la nostra Repubblica.

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