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Un leader subito: la sfida a sinistra | L’analisi di Paolo Mieli

Sostiene Elly Schlein — in reazione alla conferenza stampa di Giorgia Meloni — che la presidente del Consiglio dovrebbe guardare a ciò che ha realizzato la Spagna di Pedro Sánchez: crescita al ritmo del 3 per cento l’anno, aumento del salario minimo del 50 per cento, una seria politica industriale, utilizzazione ottimale di quel che resta dei fondi del Pnrr, efficace intervento sul prezzo dell’energia.

Potremmo aggiungere gli annunci di quest’ultima settimana, cioè l’aumento (due miliardi) delle spese militari e la disponibilità all’invio di truppe in Ucraina, beninteso dopo il cessate il fuoco, che sono prova di una presenza attiva nel concerto europeo. Ma lasciamo stare.

Il punto è un altro. Schlein rimprovera a Meloni di non aver ottenuto i risultati di Sánchez? Ma Sánchez è un leader socialista a capo di un governo conquistato con una vittoria elettorale. Elezioni vinte da Sánchez alla guida di un raggruppamento non meno eterogeneo di quello della sinistra italiana.

Viene spontanea un’osservazione: forse sarebbe il caso che Schlein (con tutti i dirigenti del suo partito e della sua coalizione) si ponesse, adesso, il problema di come prevalere nelle prossime elezioni politiche. E con ciò i coalizzati della sinistra italiana provassero a portare il loro leader sulla poltrona che a Madrid è occupata, appunto, da Sánchez.

A questo punto immaginiamo che la loro risposta sarebbe che sono già su questa strada e mancano solo alcuni congressi, primarie, conferenze programmatiche e quant’altro per presentarsi — a fine autunno, massimo all’inizio del prossimo anno — con il loro candidato a Palazzo Chigi.

A nostro avviso questa tempistica è dissennata. Meloni avrà incognite e difficoltà che è superfluo stare ad elencare (i progressisti devono stare però attenti a non sopravvalutarle) ma è una persona con nome e cognome, qualità e difetti, che gli italiani da tempo hanno imparato a conoscere. Alla quale — stando ai sondaggi e ai riconoscimenti che le arrivano dall’estero — non sono venuti meno i consensi iniziali. Anzi.

Non ha senso che la (o il) suo sfidante venga annunciata\o quando mancheranno poche settimane o pochi mesi alla stagione dei comizi. Certo, di qui al giorno del voto si terrà il referendum sulla giustizia, ci sarà qualche altro turno di elezioni amministrative, verrà varata una nuova legge elettorale. Ma nessuna di queste cose giustifica il fatto che il candidato della sinistra alla guida del governo venga reso noto all’ultimo momento.

Anche perché in qualsiasi altro Paese appare scontato che tale candidato sia — a destra come a sinistra — il leader del partito che appare in grado di ottenere, all’interno della propria coalizione, il maggior numero di voti.

In Italia, nella fase iniziale della seconda repubblica, le cose per il centrosinistra andarono diversamente. Furono scelti due volte Romano Prodi e una Francesco Rutelli perché — a torto o a ragione — l’immagine dei leader provenienti dal maggior partito veniva considerata troppo sbilanciata a sinistra. E forse si deve a questa circostanza il fatto che la destra — pur con tutte le sue divisioni e contraddizioni — ha saputo conservare, per l’intero trentennio, pressoché intatto il proprio patrimonio elettorale.

Ma adesso — dopo tre anni e tre mesi trascorsi all’opposizione — quel refrain, «prima i programmi, poi le persone», suona imbarazzante e dilatorio. Una leader il centro sinistra ce l’ha ed è Schlein eletta a ridosso della sconfitta del 2022.

Dopodiché le «personalità» della sinistra — tutti o quasi: compagni di partito, candidati venuti dal nulla, alleati, scrittori, cantanti, artisti vari — hanno passato l’intero autunno a sussurrare qualche parolina da cui traspariva che alla segretaria mancava quello che Silvio Berlusconi (riferendosi ad Angelino Alfano) definì un quid. Che avrebbe dovuto essere diversa da quel che è stata. Che doveva prestare maggiore attenzione a questa o a quella componente. Rafforzarsi al centro. Rispondere a qualche telefonata in più. Lasciarsi «supportare» da chi aveva maggiore esperienza. Aprirsi alla società civile.

Il rimbombo è stato tale che chiunque ha potuto intendere al volo il senso di queste chiacchiere.

Perché occuparci allora di questo tema? Il sistema politico italiano si è mostrato negli ultimi anni più forte di quel che avremmo immaginato. Ha ripreso consistenza e immagine in Europa. E cresciuto. Gioverebbe adesso al sistema stesso che alle prossime elezioni si sfidassero candidati in condizione di competere per ottenere una maggioranza che sia poi in grado di reggere per un’intera legislatura.

Sicché nuocerebbe al sistema nel suo insieme che uno dei due candidati fosse scelto per sfinimento all’ultimo istante. E fosse indotto da ciò a cercare il pareggio o una risicatissima vittoria. Esiti che porterebbero inevitabilmente a quel genere di governi instabili che abbiamo conosciuto nel passato decennio.

Vuole la sinistra che si faccia alla maniera di Sánchez? Benissimo, trovi il suo Sánchez e gli dia la possibilità di correre fin da ora alla conquista del nostro Palacio de la Moncloa. Forte di una maggioranza che abbia la consistenza su cui ha potuto contare Giorgia Meloni a Palazzo Chigi.

Il traccheggiamento accompagnato da maligni mormorii ad ogni evidenza non è utile. L’attesa di un altro anno passato nuovamente tra convegni, costituzione di correntoni, sortite di candidati alternativi, rischia di precipitarla nel ridicolo. Scelga presto il volto per le future elezioni. Prestissimo.

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