La storia si ripete anche in quelle economiche che spesso sono una diretta conseguenza delle dinamiche politiche e sociali. Anche se in ritardo, l’Europa vuole intervenire per evitare lo stesso errore commesso con le importazioni di gas naturale: attirata dalla possibilità di avere materia prima a basso prezzo per alimentare la sua industria pesante (nonché i riscaldamenti dei cittadini) ha creato una dipendenza dalla Russia senza precedenti. Pagata a caro prezzo una volta scoppiata la guerra in Ucraina, nel tentativo di azzerare i legami commerciali con Mosca.
Lo stesso sta accadendo sul tema della transizione, in particolare in alcune aree strategiche, come la produzione di pannelli solari e pale eoliche, per non parlare delle batterie a ioni di litio fondamentali nello sviluppo dell’auto elettrica, si legge su Affari&Finanza di Repubblica. Tutto nasce dal processo di decarbonizzazione di industrie e trasporti Ue entro il 2050, data entro cui le rinnovabili prenderanno il posto dei combustibili fossili: è l’architrave dei progetti Ue per giocare un ruolo di primo piano nel passaggio alla green economy. Peccato che l’Europa sia caduta nella stessa trappola: acquistare tecnologia a basso prezzo per accelerare la trasformazione.
In questo caso, la dipendenza è ancora più pericolosa, perché i Paesi Ue sono finiti nelle mani della Cina, la seconda potenza economica mondiale con risorse e disponibilità molto più consistenti della Russia di Putin. Del resto, in Cina si trova il 65% delle filiere per le tecnologie chiave della decarbonizzazione. Con differenze di prezzo in media al 45% rispetto ai listini delle società Ue, come ha ricordato uno studio appena presentato da Enel Foundation assieme a The European House Ambrosetti.
Per non parlare del predominio delle materie prime fondamentali nella transizione, come litio e terre rare. Tutto questo ha avuto un vantaggio iniziale, ma ora si sta trasformando in un rischio che mina la sopravvivenza delle filiere europee: nel settore del fotovoltaico c’è la seria possibilità di fallimenti a catena, senza adeguati interventi da parte della Ue. Lo ha denunciato l’altra settimana SolarPower Europe, la più importante associazione di categoria in una lettera inviata alla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen.
«L’abbondanza delle importazioni cinesi a basso costo», si legge nel documento, «sta spingendo società alla bancarotta e questo ostacolerà gli sforzi della Ue per incrementare la produzione locale di tecnologie verdi». Non solo: gli esportatori cinesi, per guadagnare quote di mercato, hanno abbassato ulteriormente i prezzi, scesi di oltre il 25% da inizio anno. Risultato? «Tutto ciò sta creando rischi concreti di insolvenza per le aziende, perché hanno accumulato scorte consistenti che ora dovranno essere svalutate». Ed è la stessa SolarPower a parlare di «una dipendenza dalla Cina simile al caso del gas naturale con la Russia».
L’Ue nel 2012 aveva imposto dazi ai pannelli solari a causa della politica di dumping delle aziende di Pechino. Poi sospesi nel 2019, proprio per incentivare la transizione, e confermati dopo l’approvazione delle politiche green in seguito all’epidemia di Covid. In realtà, la strategia della Cina è a più ampio raggio. Le associazioni industriali europee hanno avvisato Bruxelles come il governo guidato da Xi Jinping stia sovvenzionando in modo massiccio la costruzione di impianti per la produzione di batterie per le auto elettriche, ben oltre le esigenze del mercato interno. Esattamente come è avvenuto e già denunciato per la produzione di pannelli solari, facendo portare la spesa europea per i componenti legati al fotovoltaico dai 6 miliardi del 2016 ai 25 miliardi dell’anno scorso. Nella lettera di SolarPower si evidenzia come tutto questo abbia create scorte nei magazzini sufficienti per coprire per due volte la domanda europea di pannelli.
Di tutto ciò si parlerà il 5 ottobre a Granada, nell’ambito degli appuntamenti per la presidenza spagnola della Ue. Nell’occasione la Commissione presenterà un altro pacchetto di proposte che si aggiungono alle iniziative del Critical Raw Material Act, con cui Bruxelles vuole arrivare entro il 2030 al 10% di autoproduzione di terre rare e altre materie prime destinate alla transizione, trattarne almeno il 40% e riciclarne il 15%. Nel documento preparatorio all’incontro, citato da Reuters, si legge come l’Europa «rischia una ulteriore dipendenze dalla Cina nelle batterie a ioni di litio».
A causa della natura intermittente delle rinnovabili, la Ue avrà bisogno di batterie, celle a combustibile ed elettrolizzatori per immagazzinare energia per raggiungere gli obiettivi di emissione zero entro il 2050. E sebbene l’Ue abbia posizioni di rilievo nella costruzione di elettrolizzatori per la produzione di idrogeno, conta molto sulla Cina per le batterie al litio fondamentali anche per la produzione di auto elettriche. Da qui anche l’apertura di un’indagine delle autorità di Bruxelles sulle attività di dumping da parte della Cina, il che potrebbe però portare a ritorsioni da parte di Pechino. Ma quello che sta accadendo per la transizione energetica è solo l’antipasto. Al tavolo dell’industria europea potrebbero apparecchiarsi anche altre dipendendenze dalla Cina.
«Uno scenario simile», si legge sempre nel documento preparato in vista degli incontri a Granada, «potrebbe verificarsi anche nel settore delle tecnologie digitali. Le previsioni suggeriscono come la domanda di dispositivi quali sensori, droni, server di dati, apparecchiature per l’archiviazione e reti di trasmissione dati aumenterà notevolmente nel corso del decennio». L’Europa, come avviene per la tecnologia degli elettrolizzatori e i rotori delle pale eoliche, ha una posizione di mercato molto forte. Lo stesso, in campo digitale, nell’archiviazione e trasmissione dati. Ma non controlla tutta la filiera, per cui dipende moltissimo dalla Cina per tutto il resto. A partire dalle materie prime necessarie. Anche di questo si discuterà in Andalusia fra pochi giorni.








