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Un dialogo difficile, tra pragmatismo e solitudine. Tutte le insidie della riforma costituzionale | L’analisi

La riforma costituzionale del governo Meloni non ha incontrato «la disponibilità al confronto che cercava e sarebbe necessaria su una materia così delicata. Ci sono stati due No pesanti da parte di Pd e 5 Stelle. Un “sì” pronto a trasformarsi in un “ni” del Terzo Polo. E inatteso, proveniente dalla Lega, un richiamo alla lettera del programma con cui il centrodestra ha vinto le elezioni, che prevedeva il presidenzialismo e non altre ipotesi, come semi presidenzialismo o premierato forte, che la premier ha illustrato ai suoi interlocutori». A parlarne è Marcello Sorgi su La Stampa.

«Il punto che accomuna le varie proposte e motiva obiezioni, perplessità e dubbiose aperture è proprio l’elezione diretta: del Capo dello Stato o del presidente del Consiglio non fa differenza. La sensazione è che introducendo un voto popolare sui vertici dello Stato non si andrebbe a una modifica costituzionale mirata a risolvere problemi annosi come l’instabilità dei governi. Ma a capovolgere il fondamento della Carta: la centralità del Parlamento».

Ieri Meloni, secondo Sorgi, «si è tenuta sulle generali, proprio perché sapeva di avere poche chance di essere ascoltata. Da leader politica dotata di fiuto, la presidente del Consiglio ha capito che Conte aveva in mente solo un rinvio quando ha insistito sul ritorno a una Bicamerale. E quando ha ascoltato Schlein parlare di riforma elettorale o di rafforzamento dei referendum, s’è ricordata la regola generale della politica che dice che allargare molto il discorso spesso nasconde il tentativo di dilazionare. Tal che la sorpresa peggiore della giornata sono stati gli accenni di perplessità della Lega, che insistendo solo sul presidenzialismo intende ridurle i margini di manovra. La conclusione è che sulla Grande Riforma Meloni è sola. E tocca a lei decidere se incamminarsi per il sentiero impervio che ha portato in fondo al burrone una lunga fila di suoi predecessori».

«Assicurare all’esecutivo un’organica stabilità non è “un’arma di distrazione di massa” ma un’urgenza nazionale e Giorgia Meloni, per vincere questa battaglia, deve armarsi di un sano e pragmatico realismo». Lo scrive sul Messaggero Ferdinando Adornato, secondo il quale la premier “è partita con il piede giusto promuovendo un largo confronto tra tutti. Ma il vero esame per la sua leadership comincia ora. Non le basterà, infatti, la determinazione di voler comunque andare avanti: dovrà dimostrare, a differenza di Berlusconi e di Renzi, di saper portare a casa il risultato finale.

Da questo punto di vista sono almeno tre le ragioni che le consiglierebbero di puntare decisamente sull’ipotesi del premierato, cioè dell’elezione diretta del presidente del Consiglio, con potere di nomina e di revoca dei ministri. La prima è di ordine prettamente politico. Sarebbe insensato, infatti, viste la disponibilità di Renzi e Calenda a dialogare sul “sindaco d’Italia” lasciar cadere la possibilità di coinvolgere una parte dell’opposizione. Cominciare col rompere la logica del “muro contro muro” costituirebbe certamente un primo successo. La seconda ragione è di ordine costituzionale ma anche di “psicologia popolare”.

«Da quando il prestigio dei partiti è evaporato, la figura dell’inquilino del Quirinale si è affermata come quella di una solida guida morale, oltre le appartenenze. Ed è proprio questo sentimento popolare ad offrire più di una ragione a chi si oppone a modificarne il ruolo. Infine, la terza ragione che consiglia la via del premierato è di ordine strategico e comunicativo. Se, com’è assai probabile, alla fine si dovesse arrivare a un referendum (tutti finora bocciati) Meloni eviterebbe a questo modo sia la trappola delle prevedibili “barricate sul presidenzialismo” sia la strumentale ma insidiosa accusa di voler destabilizzare il ruolo di Mattarella».

«Dire che è una partenza in salita suona come un eufemismo. Ma anche l’idea del dialogo tra sordi non rende abbastanza l’atmosfera che avvolge i primi contatti tra partiti». Così Massimo Franco commenta sul Corriere della Sera le “consultazioni” con l’opposizione svolte ieri dalla premier Meloni in tema di riforme istituzionali. «Si riaffaccia l’idea che la Repubblica parlamentare sia stata un ostacolo per la stabilità; e che solo un potere verticalizzato e personalizzato, baciato da un’elezione popolare diretta, permetterà all’Italia di uscire dalla patologia. È una suggestione non nuova, e sempre potente» che «promette, tuttavia, di acuire la spaccatura del Paese e di distoglierlo dalle vere urgenze». Secondo Franco, dunque, la contrapposizione è «destinata a inasprirsi. E a scaricarsi presto sulla presidenza della Repubblica: l’istituzione che in questi anni è stata considerata di garanzia per antonomasia; e che è riuscita a rafforzare un equilibrio e un’immagine di unità».

«È evidente che, se dovesse prevalere la spinta a riformare la Costituzione in direzione del presidenzialismo, questo ancoraggio si allenterebbe: senza peraltro assicurare una soluzione sulla quale la stessa maggioranza si presenti concorde. In una fase già estremamente delicata, il sistema dovrebbe ricostruire e riscrivere dalle fondamenta l’equilibrio tra poteri dello Stato; e, almeno per ora, con la quasi certezza di non ritrovarsi su alcuni valori fondamentali. Ma senza questa condivisione, qualunque “modello italiano”, anche il più originale e innovativo, non eliminerebbe la precarietà del nostro sistema. Rischierebbe piuttosto di aggravarne l’anomalia, restringendo garanzie che finora hanno protetto tutti; e che sarebbe azzardato sacrificare sull’altare di una stabilità governativa evocata come alibi per non riconoscere e correggere i propri limiti».

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