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Trump non può essere mediatore di pace | L’analisi di Paolo Gentiloni

Le scie dei missili e le esplosioni nei cieli di Teheran e Tel Aviv – commenta Paolo Gentiloni su Repubblica – cancellano le ultime speranze sulla presidenza Trump come presidenza di pace.

“Fermerò le guerre”, da Gaza all’Ucraina, aveva promesso il presidente interpretando la spinta di una parte del suo mondo maga: fermare le guerre sarebbe in effetti il modo migliore per coltivare le pulsioni isolazioniste di America first, e anche per assicurarsi affari e guadagni.

Purtroppo però le cose non potevano che andare in senso opposto.

Le guerre sono sempre una sfida all’ordine mondiale, ma oggi l’ordine mondiale sembra corroso dall’interno, dal suo stesso principale architetto — gli Stati Uniti — e questo di fatto autorizza l’uso delle armi.

Quando gli Stati Uniti ignorano regole e accordi multilaterali, o dichiarano di volersi annettere la Groenlandia e perfino il Canada, può apparire a molti legittimo operare in base ai semplici rapporti di forza.

Esemplare il caso di Netanyahu che decide di liquidare la minaccia esistenziale a Israele costituita dall’arma nucleare in mano al regime degli ayatollah proprio tre giorni prima della ripresa dei negoziati Usa-Iran.

Il presidente Trump viene informato, e costretto ad applaudire ex post l’operazione delle forze aeree di Tel Aviv.

Così l’apprendista diventa apprendista stregone.

Ora è difficile prevedere gli sviluppi del conflitto tra Israele ed Iran, ma due conseguenze sembrano già evidenti.

Primo, il rinvio sine die dei nuovi negoziati sul nucleare iraniano, avviati dallo stesso Trump dopo che aveva cancellato gli accordi raggiunti dieci anni fa.

Secondo, la volontà di Netanyahu di andare oltre l’attacco agli impianti di arricchimento dell’uranio per colpire l’indebolito regime di Teheran.

In conclusione, è possibile che anche questo conflitto si prolunghi, con lo strascico di lutti e sofferenze, di odio, di serie conseguenze sull’economia.

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