L’industriale, occasionale vicino di poltrona sull’aereo che ci stava riportando in Italia da Pechino, si chinò verso di me: “Pensi – sospirò – se si potessero convincere i cinesi ad usare le forchette. Un miliardo di forchette!”.
Era un imprenditore siderurgico del bresciano ed erano i ruggenti anni ’80, quando molti sogni improbabili sembravano possibili. Pochi mesi dopo, mi sarei trovato non lontano da Boston, ad intervistare un imprenditore veneto che aveva appena inaugurato, nel New England, una fabbrica di scarpe sportive: la Nike a rovescio.
Era ancora il mondo dei “Brambilla”, la razza di piccoli imprenditori che, negli anni ’50 e ’60, aveva fatto il miracolo economico italiano, su una ricetta semplice: competenza tecnica e basso costo del lavoro. Il secondo requisito era sfumato con l’autunno caldo e gli anni ’70, ma, ancora fino alla fine degli anni ’80, le svalutazioni a catena della lira lo facevano fugacemente riapparire, nei vapori di una inflazione al galoppo. Gli anni ’90, con la disciplina dell’euro in vista e l’ascesa della concorrenza cinese sugli stessi prodotti e sugli stessi mercati avrebbero definitivamente sepolto quel modello di sviluppo.
Ma gli eredi dei Brambilla non ci hanno rinunciato, inseguendo il basso costo del lavoro con la precarizzazione di massa dei salari.
Se l’economia italiana ristagna da un quarto di secolo e, dalla crisi del 2008, è andata indietro, come registra l’ultima Relazione di Bankitalia, in media dello 0,3 per cento l’anno, quando il resto d’Europa andava avanti, è anzitutto perché non siamo riusciti a rimpiazzare fino in fondo quel modello.
L’occasione arriva ora. “Da Amato in poi è sempre stata una quaresima e in Europa bisognava lottare per ottenere la flessibilità di qualche decimale. Ora, per la prima volta dopo più di trent’anni – ha detto Dario Franceschini, il capodelegazione del Pd al governo, al Corriere della sera – possiamo spendere risorse per il paese, invece di tagliarle”. Il governo ha stanziato 80 miliardi, più del doppio dovrebbero arrivare, poi, dall’Europa, tramite i vari fondi messi in piedi in questi mesi. La sfida è un disegno coerente per il loro impiego. In cima alla lista ci sono i settori chiave dello sviluppo moderno.
Dall’ecologia al risanamento ambientale, dal digitale alle reti di comunicazione, dalla scuola alla ricerca, dalla sanità alla ricostruzione di un pilastro storico del paese come il turismo. Il problema di fondo, però, non è dove mettere i soldi, ma sbloccare il sistema, disincastrare gli ingranaggi che girano a vuoto, modificarne l’assetto.
L’ingranaggio che gira a vuoto sono gli investimenti pubblici. Fino a che, per completare un intervento pubblico da 100 milioni di euro occorreranno oltre 15 anni, più di metà dei quali occupati dalle trafile burocratiche, qualsiasi piano di rilancio resterà una velleità, governata dal caso. Ma è cruciale anche il contesto in cui si inseriscono gli investimenti pubblici: il sistema delle imprese.
Non tutta Italia è rimasta all’epoca d’oro dei Brambilla. Le analisi specialistiche ci dicono che metà circa del sistema imprenditoriale italiano viaggia al passo con i tempi, con straordinarie capacità di innovazione e di presenza sui mercati mondiali. Sono le aziende che esportano, che si confrontano quotidianamente con la concorrenza internazionale. Con successo: non sono le eccellenze che mancano in Italia. C’è voluto il coronavirus per scoprire che quasi tutta l’industria europea dell’auto si ferma, se non lavora una fabbrica di componenti elettronici di Codogno, nel cuore della prima “zona rossa”, la Mta.
Dietro l’inedita sollecitudine di Angela Merkel per un programma di aiuti all’Italia, del resto, c’è la pressione dei giganti tedeschi dell’auto, preoccupati di vedersi spegnere la filiera di fornitori italiani.
Non c’è, insomma, un “mal italiano” dell’industria: gli economisti registrano che, le aziende italiane hanno gli stessi tassi di produttività delle concorrenti tedesche o francesi, che agiscono negli stessi settori e hanno le stesse dimensioni. E, allora, il problema dov’è?
Nelle dimensioni, appunto. Nel senso che le piccole aziende italiane sono produttive quanto le analoghe straniere, ma una piccola azienda non ha, per costituzione, né in Italia, né all’estero, le risorse necessarie a fare ricerca, innovazione, a comprare i macchinari d’avanguardia, ad assumere il personale superqualificato per farle funzionare.
E in Italia, le piccole aziende sono troppe, rispetto al totale. Una impresa ha in Italia, in media, solo 3,8 addetti. In Francia, la media è 5,1. In Germania è 11,7. Le dimensioni contano: il 50 per cento dei dipendenti delle aziende italiane non ha accesso ad un computer. Non sono gli addetti delle aziende medie e grandi quelli che non si possono rivolgere ad un pc. Non è l’unica stortura del nanismo industriale italiano.
In un libro di qualche anno fa, Salvatore Rossi, allora vicedirettore della Banca d’Italia, (“Cosa sa fare l’Italia” scritto insieme all’economista Anna Giunta) raccontava della deformazione “familistica” della piccola azienda italiana. Anche l’oliata macchina industriale tedesca, infatti, poggia su una fitta rete di aziende a proprietà familiare.
Ma la gestione dell’azienda è in mano a manager, estranei alla famiglia e scelti in base alla loro competenza. Mentre in Italia, raccontava Rossi, è normale che il titolare affidi il marketing alla figlia, il personale al cognato e le vendite ad un cugino.
Salvo poi decidere tutti insieme, quando si tratta di investimenti, se comprare un nuovo macchinario o rinnovare la villa delle vacanze al mare.
Ripensare l’assetto delle imprese è, insomma, un prerequisito di un nuovo modello di sviluppo. E’ una preoccupazione che non è sfuggita al governo. Un articolo del Decreto Rilancio, appena varato, prevede un credito d’imposta del 20 per cento per le aziende, sotto i 50 milioni di fatturato, che varino un aumento di capitale. E un altro articolo prevede che aziende che aumentino il capitale di almeno 250 mila euro possano finanziarlo, emettendo obbligazioni che saranno sottoscritte dallo Stato, attraverso un apposito Fondo Patrimonio Piccole e Medie Aziende di Invitalia. Ma i tempi sono strettissimi, quasi impossibili: le operazioni vanno varate entro il 2020. E, forse, è il caso di pensare più in grande.








