Performance straordinarie, come quelle dimostrate da ChatGPT, hanno catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica e allertato il regolatore sia negli Stati Uniti che in Europa e in Cina sull’Intelligenza Artificiale (IA) o meglio sul macchine learning, ossia modelli che consentono alle macchine di imparare da esperienze passate, migliorando progressivamente le loro capacità senza richiedere una programmazione dettagliata per ciascuna situazione specifica. I dati mostrano che l’IA è sostanzialmente un fenomeno americano legato alle grandi università di eccellenza, alle grandi aziende tecnologiche e alla loro capacità di dare uno sbocco a una miriade di nuove iniziative ogni anno.
Dal 2016 ad oggi sono state create più di 41.500 nuove imprese che sviluppano vari aspetti dell’IA; di queste, oltre 21 mila sono state create negli Stati Uniti. Seguono l’India con 5.616 imprese (in gran parte outsourcing di imprese occidentali), il Regno Unito con 4.646 imprese, il Canada con 2.576 e la Cina con 2.430. Se le variabili che misurano l’importanza dell’IA vengono rapportate alla popolazione, l’Europa rimane molto indietro rispetto agli Stati Uniti, ma non sfigura affatto rispetto alla Cina in termini di funding di imprese di IA (24 dollari per abitante contro i 12 della Cina), in termini di nuove imprese (0,38 all’anno ogni milione di abitanti contro 0,08 della Cina) e in termini di brevetti IA pro capite (2,1 per milione di abitanti contro 1 della Cina).
Su tutte queste dimensioni, invece, l’Italia sta molto indietro rispetto non solo agli Stati Uniti e alla Cina, ma anche rispetto all’Europa. L’Italia non sfigura in un unico indicatore che è quello delle citazioni di articoli IA su riviste scientifiche. È improbabile che questo dato rifletta una effettiva superiorità accademica dell’Italia rispetto agli Stati Uniti; piuttosto conta il fatto che negli Stati Uniti una buona idea si traduce spesso in una buona impresa, mentre in Italia (e per molti versi anche nel resto d’ Europa) finisce su una rivista scientifica (di solito non al top mondiale) a causa di un ecosistema complessivamente meno adatto alla creazione di nuove imprese.
Ciò che più preoccupa è che, fino ad ora, in Italia si sono sviluppate solo pochissime aziende “intermedie” capaci di trasformare le grandi invenzioni dei big tech in prodotti e macchinari utile per la nostra industria con la sua peculiare specializzazione in produzioni di nicchia. Ovviamente, le imprese medio grandi, l’innovazione, compresa l’IA, se la fanno in casa; aumenta così la distanza fra le nostre (poche) multinazionali di frontiera e le tante piccole e medie imprese che formano la parte preponderante del valore aggiunto della nazione.








