Ciclicamente si ripropone il conflitto tra politica e magistratura, a testimonianza delle difficoltà dei protagonisti del sistema – sul cui operato, nei limiti delle rispettive competenze, si fonda lo sviluppo delle moderne democrazie – nell’interpretare correttamente le prerogative, in termini di potere, di cui ciascuna Istituzione è dotata al fine di assolvere i compiti di cui risulta affidataria.
E qui si impone subito un chiarimento: il potere di cui le Istituzioni pubbliche – nessuna esclusa – sono titolari è di natura servente, nel senso che deve essere esercitato, non già per realizzare gli interessi propri dell’Istituzione (o, peggio ancora, dei singoli individui che la incarnano), bensì, all’opposto, al fine di realizzare interessi, per così dire, esterni, facenti capo alla collettività nel suo insieme.
La bussola dell’agire deve essere orientata e dominata dal perseguimento dei fondamentali obiettivi di sviluppo sostenibile, di benessere e di giustizia – a volerne citare alcuni – così come reclamati dall’intera collettività.
L’esercizio del potere, in ultima analisi, è gravido di sacrifici per chi è chiamato ad esercitarlo, in quanto deve essere rivolto a vantaggio dei consociati.
Orbene, è chiaro che l’azione politica può riguardare, al pari di tanti altri temi, l’organizzazione giudiziaria; e, inoltre, che gli interessi da proteggere ovvero da avversare – ad opera in primo luogo della magistratura – possono mutare nel tempo, anche in ragione delle differenti opzioni ideologiche di cui la compagine governativa è portatrice (basti pensare alla vicenda dell’abuso d’ufficio).
Tutto ciò si riflette – mi pare in modo assolutamente naturale – sull’azione della magistratura.
Allo stesso tempo, le decisioni giudiziarie possono concernere – anche in questo caso in modo altrettanto naturale – vicende in cui sono coinvolte scelte politiche ovvero esponenti dell’apparato pubblico.
Per fare solo qualche esempio di scottante attualità, basti pensare ai reati contro la pubblica amministrazione, ai temi legati alle problematiche dell’immigrazione.
Senza contare che esiste una magistratura speciale – quella della Corte dei conti – che si occupa unicamente di vagliare l’operato delle pubbliche amministrazioni e dei pubblici funzionari.
Sono dunque fisiologiche le interferenze che possono venirsi a creare, in non pochi casi idonee a dar luogo a un’insoddisfazione reciproca per l’operato dell’una e dell’altra Istituzione.
Quel che però appare deleterio è la diffusione di un clima di conflitto acuto, in cui la sensazione dell’osservatore è quella di uno scontro in cui la posta in gioco sia la prevalenza di un potere sull’altro.
Si tratta di una deriva pericolosa, che peraltro sottace l’assenza di consapevolezza in merito al fatto che ogni democrazia postula e si fonda sull’assenza di poteri destinati a prevalere, per lo meno in modo assoluto.
Ed invero, la previsione di meccanismi di controllo sul relativo operato rappresenta una garanzia, idonea a mettere al riparo ognuno da decisioni arbitrarie o illegittime, con ogni conseguente assunzione di responsabilità.
I controlli contemplati dall’ordinamento giuridico, a partire da quanto sancito dalla Costituzione (ad esempio il procedimento innanzi alla Corte costituzionale per vagliare la legittimità delle leggi o, ancora, il ricorso in Cassazione avverso le sentenze per violazione di legge), sono la via – in una prospettiva che non può essere se non quella della legalità – attraverso cui ciascun potere può manifestare legittimamente la propria “insoddisfazione” per l’operato altrui.
Lo scontro e il dileggio mediatico, degli uni contro gli altri, pongono in luce una patologia a livello istituzionale preoccupante, in cui non vi sono né vinti né vincitori, ma solo vittime: i cittadini e, più in generale, ogni individuo che vanti interessi meritevoli di protezione nei confronti dell’apparato istituzionale.
Non è discutibile che l’impatto, in primo luogo sotto il profilo dell’immediatezza, delle decisioni politiche ovvero di quelle giudiziarie possa essere pervasivo e non sempre elidibile dai meccanismi di controllo contemplati, i quali richiedono procedure e tempi che in non pochi casi rischiano di frustrare in modo indelebile la riaffermazione delle prerogative di ognuno.
Il caso della c.d. giustizia mediatica è certamente tra i più eclatanti, ma non certo l’unico.
E pur tuttavia, posto che soluzioni perfette – nel senso di assecondare le posizioni degli uni senza andare a detrimento di quelle degli altri – non esistono, ritengo che l’unico modo per abbassare il livello dello scontro, onde scongiurare l’innesco di pervasive dinamiche di delegittimazione in cui, in definitiva, si indeboliscono tutte le Istituzioni, sia il rispetto da parte di ciascuna di esse delle prerogative dell’altra.
Dalla politica le decisioni giudiziarie, dalla magistratura le decisioni della politica, salva la possibilità di provocare l’attivazione di quei meccanismi di controllo della correttezza e della legittimità dell’operato che l’ordinamento contempla.








