Il governo Netanyahu sembra ormai essere determinato a risolvere la questione palestinese nel modo più drastico con l’esodo volontario o la deportazione forzosa della popolazione gazawi dalla Striscia di Gaza e l’occupazione graduale della Cisgiordania, che ormai molti in Israele chiamano con i nomi biblici di Samaria e Giudea. “Questa terra è nostra da sempre”, vanno ripetendo gli ultraortodossi e gli estremisti dell’attuale compagine israeliana, invocando i passi della Bibbia che attribuiscono al popolo eletto tutta la Palestina dal fiume al mare e oltre.
Nel perseguire questo obiettivo, Israele non si ferma di fronte a nulla e risponde sfrontatamente a ogni iniziativa della Comunità internazionale volta ad arrestare il massacro che si consuma giornalmente. Non bastano le risoluzioni di condanna e in sostegno dei due popoli e due Stati del Parlamento europeo, del Consiglio di Sicurezza, dell’Assemblea delle Nazioni Unite, le iniziative umanitarie come la flottiglia, lo sdegno suscitato in tutto il mondo dal massacro giornaliero di civili inermi a fermare la furia devastatrice dell’IDF.
Israele è ormai in guerra con tutti i suoi vicini. Bombarda il Libano, la Siria, lo Yemen, l’Iran, tiene sotto controllo l’Iraq. Agisce ormai impunemente in violazione di tutte le norme internazionali senza ritegno e ponendosi al livello degli stati canaglia messi al bando dalla Comunità internazionale.
Che cosa possa fermare questa spirale di morte e distruzione innescata dall’esecrabile eccidio del 7 ottobre è difficile a dirsi. Certo è che l’attacco condotto in territorio qatariota mentre erano in corso i negoziati per un cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi ha determinato una grave frattura all’interno del mondo arabo, mettendo in discussione il percorso degli Accordi di Abramo sostenuto dagli Stati Uniti.
In effetti, se è vero che la causa palestinese non ha mai riscaldato i cuori dei paesi arabi moderati a partire dall’Arabia Saudita, è anche vero che questi ultimi devono tener conto delle rispettive opinioni pubbliche, per quanto cloroformizzate dai petroldollari. I movimenti wahabiti, salafiti, della Fratellanza musulmana che serpeggiano nelle società arabe sono motivo di preoccupazione per le monarchie del Golfo, come lo è il pericolo della destabilizzazione che potrebbe comportare una nuova Nakba, con la diaspora di milioni di palestinesi pronti a tutto pur di vendicarsi dei torti subiti.
Forse solo la pressione dei paesi arabi potrebbe indurre Trump a un atteggiamento meno conciliante con Netanyahu, nel momento in cui si apre a New York la Conferenza sulla Palestina nel quadro dell’Assemblea delle Nazioni Unite, che si preannuncia infuocata con oltre due terzi dei suoi membri che hanno riconosciuto o stanno per riconoscere lo Stato palestinese e la condanna quasi unanime delle politiche israeliane, che si traducono nella uccisione sistematica e nella deportazione della popolazione gazawi e palestinese.








