Stupisce che in un momento così delicato di ripartenza del Paese il dibattito sul Lavoro sia confinato in margini angusti e affrontato in ottica difensiva, come dimostra il dibattito pubblico concentrato sulla questione dello sblocco dei licenziamento e sulla riforma degli ammortizzatori sociali per dare copertura aggiuntiva di cassa integrazione alle categorie ancora escluse.
Il dibattito sul futuro del Lavoro del nostro Paese richiederebbe proprio oggi visione e orizzonti ben più ampi.
Alcune questioni sono davvero cruciali, eppure sembrano lasciate in secondo piano.
Solo per citarne alcune: la partecipazione dei giovani al mercato del lavoro; la carenza di un’offerta di lavoro adeguata alla domanda delle imprese che investono e che crescono; la necessità di sostenere la riqualificazione delle competenze dei lavoratori espulsi dai processi produttivi ma anche quelli occupati e a rischio di disoccupazione; il reingresso nel mercato del lavoro dei lavoratori rimasti senza lavoro; il ricambio generazionale.
Questi temi non si affrontano né posticipando il blocco dei licenziamenti, né estendendo la coperta degli ammortizzatori sociali.
Occorre piuttosto ripensare profondamente e ristrutturare le politiche attive del lavoro.
In tale contesto lascia interdetti la recente scelta del Governo di superare e depotenziare l’ANPAL.
Una scelta che sembra dettata più da contingenze personalistiche e politiche, che non dalla proposta di un modello alternativo.
Il rischio è quello di un forte arretramento e di un ritorno alla regionalizzazione delle politiche attive del lavoro, in un momento delicatissimo, dove ci sarebbe bisogno invece di un forte coordinamento centrale e di una coerenza e coesione delle azioni di sistema da mettere in atto.
Ad iniziare dalla ancora incompiuta realizzazione della dorsale informativa unitaria delle politiche del lavoro e del fascicolo elettronico del lavoratore.
Per non parlare delle necessità di creare una infrastruttura uniforme in tutte le zone del Paese per poter rendere esigibile a parità di condizioni il diritto a servizi per il lavoro efficienti ed efficaci, in attuazione dell’art. 4 Cost. Per affrontare queste sfide, il ritorno ad una regionalizzazione spinta delle politiche attive del lavoro appare improvvida e controproducente.
Certo è che per far ripartire il Paese occorrerebbe rinnovare anche radicalmente la concezione delle politiche attive del lavoro.
In primo luogo sarebbe necessario liberarsi dall’idea delle politiche attive del lavoro come appannaggio dei servizi pubblici per il lavoro e come adempimento da espletare dagli uffici amministrativi regionali in funzione rimediale dell’evento disoccupazione oppure come “condizione” per poter usufruire degli ammortizzatori sociali.
Alla politiche attive del lavoro devono concorrere anche i privati, l’autonomia collettiva, i contratti collettivi, la bilateralità e occorrono norme che favoriscano iniziative di questo tipo e il concorso pubblico-privato nella predisposizione di misure utili e adeguate ad anticipare l’evento disoccupazione e non a curarlo dopo che si è manifestato. In questa direzione un buon modello è quello del Fondo nuove competenze che però è in via di esaurimento e, a ridosso della scadenza, ancora non si conosce se la norma sarà prorogata oppure no.
In secondo luogo occorre superare la concezione dominante della politica attiva del lavoro come di competenza esclusiva delle Regioni nel riparto di competenze disegnato dall’art. 117 Cost. e finalmente riconoscere un ruolo centrale allo Stato in questa materia. Le politiche attive infatti vengono solitamente identificate nella formazione professionale di competenza regionale.
In realtà rappresentano un complesso di misure ampio e variegato che comprende interventi di supporto all’inserimento e reinserimento lavorativo, compreso l’ orientamento al lavoro, il supporto nella ricerca del lavoro, il tutoraggio per l’avvio di impresa, la formazione, il bilancio e la certificazione delle competenze. Si tratta di misure da cui dipende ormai in modo determinante l’effettivo godimento dei diritti civili e sociali dei cittadini, primo fra tutti il diritto al lavoro.
Inoltre le politiche attive del lavoro in quanto anticipano e prevengono la perdita del lavoro andrebbero correttamente inquadrate come misura di prevenzione della disoccupazione e quindi da ricomprendere nella tutela previdenziale contro la disoccupazione involontaria di cui all’art. 38, secondo comma, Cost. Anche sotto questo profilo emerge e andrebbe perseguita la competenza diretta dello Stato nella materia, in quanto mezzo di realizzazione di un Welfare State moderno e aggiornato ai tempi che cambiano.








