“Il potere dei nostri giorni ha scelto ormai la sua nuova maschera da indossare. Quella maschera non sorride più, digrigna i denti. Non pretende di convincere, preferisce spaventare. La sua cifra è racchiusa nella apparente inesorabilità della sua forza”.
Marco Follini sulla Stampa parla di Medioevo della democrazia osservando che:
“Trump è l’esempio più vistoso di tutto questo. Ma non è l’unico. Alle sue spalle e nella sua ombra sta mettendo radici un sentimento diffuso che nega la fatica stessa di discutere, confrontarsi, ammettere che qualcun altro possa avere idee migliori, accettare il rischio di modificare la propria opinione, riconoscere la propria stessa debolezza”.
“Anche in questo caso – scrive Follini – viene da aver paura del Trump che sta in noi, oltre che di quello assai poco amichevole e rispettoso che nel frattempo s’è sistemato sopra di noi”.
“E però, dopo esserci lamentati e preoccupati, dovremmo anche chiederci se questa crisi così profonda del nostro antico ordine politico non sia cominciata appunto da noi stessi, dalla poca cura che abbiamo avuto dei nostri ordinamenti e delle nostre tradizioni, dalla debolezza con cui abbiamo difeso le basi morali e materiali di una costruzione politica che avrebbe avuto bisogno di un maggior accudimento”.
“Il punto di frattura sta infatti nel modo in cui abbiamo lasciato deperire i nostri ordinamenti, inseguendo le demagogie più fantasiose e le novità più improbabili”.
“Il fatto è che quando un vecchio ordine di cose viene meno e d’improvviso si fa largo una sfida che appare insieme come un’irrisione e come un capovolgimento, si dovrebbe indagare con una certa severità proprio il modo in cui quell’ordine ha cercato di difendersi e dare un senso a sé stesso”.
“È lì, in quel vuoto, che s’è prodotta la crisi della nostra amata liberaldemocrazia”.
“Illudersi che il nostro ordine di cose si rimetta in piedi da sé stesso, al modo del cavallo del barone di Munschausen, non ci porterà lontano”.
“Ma cogliere nella nostra difficoltà l’occasione per ripensare i tratti fondamentali della civiltà politica di cui siamo custodi dovrebbe essere un compito alla nostra portata”.
“A patto di riconoscere che questa civiltà, chiamiamola così, vive principalmente di pazienza, di misura, di metodo”.
“E cioè – conclude – di tutte quelle cose che la furia dei combattimenti a cui stiamo assistendo brucia e consuma ogni giorno che passa”.








