Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

[L’intervento esclusivo] Andrea Segrè (agronomo): «Non conosciamo più il valore del cibo, anche per questo lo spreco alimentare è un problema così serio»

Andrea Segrè, agronomo, economista e docente di Politica agraria internazionale e comparata all’Università di Bologna, ha rilasciato, in esclusiva all’Osservatorio Economico e Sociale Riparte l’Italia, alcune dichiarazione nel webinar dal titolo “Cambiamenti climatici, agricoltura e food”. L’evento, moderato da Antonello Barone, ideatore del Festival del Sarà, ha visto come ospite anche Francesca Ventura, agrometeorologa e docente presso l’Università di Bologna.

Professor Segrè, lei studia il fenomeno del cambiamento climatico, soprattutto la modalità di impatto che esso ha sulle abitudini dei cittadini, della società, e in particolar modo quelle occidentali, in cui i consumi sono più sostenuti. Secondo lei, gli sprechi alimentari e le abitudini alimentari insostenibili, in questo momento, sono due facce della stessa medaglia che vanno affrontate in modo unitario?

«Senz’altro è così. Il cambiamento climatico è la madre di tutto. È qualcosa che sta succedendo da tempo, peraltro denunciato dagli scienziati in tempi, mi verrebbe da dire, “non sospetti”. È del tutto evidente oggi che l’impatto è molto rilevante su tutto il sistema agroalimentare, poi noi ci fermiamo al cibo. Del resto, il cibo ha una filiera di produzione, lunga o corta che sia, che ha una serie di passaggi che portano il prodotto agricolo alle nostre tavole, fino ad arrivare a una serie di esternalità, cioè di impatti esterni. È uno spaccato molto importante in termini economici e non, di tutto il sistema economico, sociale, ambientale, globale».

«Lo spreco è il tema di cui io mi occupo a livello di ricerca, ed è effettivamente un buon modo per affrontare il necessario cambiamento. Io osservo tutto alla fine della filiera, ma so bene cosa c’è a monte, cioè il nostro comportamento di consumo. Del resto, quando mangiamo andiamo a soddisfare un bisogno primario, ineludibile, e magari non tutti sanno che quando mangi un alimento – visto che parlavamo di acqua, più precisamente di siccità – all’interno c’è la nostra acqua. Perché il 70%, 75%, 80% dell’acqua sta negli alimenti. Noi la dobbiamo bere, che naturalmente è molto importante, un certo di numero di bicchieri d’acqua o litri, ma è anche all’interno degli alimenti».

«Pensate il paradosso per cui, vi do il dato globale della Fao del 2011, un po’ vecchio ma non c’è interesse di aggiornarlo, cambia poco perché molto più di un terzo di ciò che si produce trasforma, pensiamo all’industria alimentare, distribuisce e quindi trasporta. Arriva negli scaffali dei nostri supermercati fino al frigorifero della nostra casa, alla dispensa e alla cucina. Un terzo si perde o si spreca a livello globale. Sono 1 miliardo e 300 milioni di tonnellate. Io non saprei neanche immaginarle, se devo dire la verità».

«Poi c’è una ricaduta di tutto sul costo nascosto di questo spreco, perché abbiamo dovuto utilizzare del suolo, che è una risorsa limitata, dell’acqua, che è una risorsa limitata, dell’energia, l’abbiamo combinati nel ciclo di vita molto lungo e complesso del prodotto. Ma fermiamoci all’impatto di produzione di gas climalteranti, visto che l’agricoltura è vittima e produttrice, in qualche modo causa, dei gas che poi determinano il riscaldamento globale. Bene, lo spreco alimentare, inteso filiera mondiale, impatta come medaglia di bronzo dopo le emissioni di Cina e Stati Uniti. Quindi, se fosse un continente sarebbe al terzo posto, che non è proprio un gran risultato. Quindi pensate il paradosso, per questo io uso lo spreco per poi cercare di capire come prevenirlo, come recuperarlo, perché uno dei costi nascosti che nessuno ha stimato, ma in letteratura scientifica questo dato c’è, riguardi poi tutti il resto».

«Poi potrei naturalmente riportare i dati in termini di impronta idrica, carbonica, ecologica e tutte le metriche che si utilizzano. Però la cosa davvero assurda è che ci pone il problema di come, più che mitigare e in questo caso adattare il sistema agroalimentare globale, perché c’è qualcosa che non funziona fra tutti gli altri indicatori. Io produco, quindi uso delle risorse che sono limitate, uso degli input, uso del capitale naturale e poi distruggo quella produzione. Che peraltro poi dopo ha fatto una serie di altri passaggi che ne hanno aumentato il valore, ma sono anche cicli tecnologici, pensate alla trasformazione di un frutto in un succo, per fare un esempio. Questo non andava prima. Quindi non è una questione legata al conflitto ucraino-russo, che tutti pensano che sia la causa di questa tempesta perfetta, una sorta di ciliegina che è venuta su una torta già bene apparecchiata».

«La domanda che dovremmo farci, visto che poi gli agricoltori, che noi in parte sono gli studenti formiamo nell’ex facoltà di agraria, sono un po’ nella scienza che guarda al futuro, e quindi abbiamo delle previsioni che poi sicuramente cambieranno da qui al 2050 e sappiamo già un po’ cosa potrebbe succedere forse per il frumento, di meno rispetto al mais, un’altra commodity che è la base della nostra alimentazione e di quella delle vacche, che poi producono carne e latte, quindi c’è una ricaduta sul nostro consumo. E in mezzo ci sono gli agricoltori fra scienza e politica, dove – visto il contesto credo sia urgente parlarne perché magari ci ascolta qualche persona che sta nelle istituzione – si risponde un po’ lentamente».

«La risposta deve essere un po’ più veloce, ma deve guardare al lungo periodo, soprattutto se parli di un’attività come quella agricola, che dipende dalla natura, dai cicli naturali, dal tempo. Mentre un’attività tipicamente manufatturiera è più slegata dal tempo atmosferico. E se il tempo cambia, non solo cambiano le produzioni, ma anche chi lavora in agricoltura che si sposta, perché, se non ci sono più le condizioni agronomiche e climatiche adatte, le popolazioni – e questa è la storia dell’umanità – migrano».

«Ecco, è esattamente quello che succede e succederà soprattutto se poi si innestano azioni di tipo geopolitico che insediandosi in un contesto come questo, dove il prezzo delle materie prime energetiche che era in incremento fortissimo ben prima del conflitto, il clima che stava cambiando. Si inseriscono in un’azione dove un cereale, in questo caso molto importante, il grano tenero viene prodotto in un’area soprattutto e una serie di Paesi – ecco qui la resilienza, l’adattamento e la diversificazione – dipendono da questo cereale. Era del tutto evidente, l’abbiamo scritto – noi ricercatori pubblichiamo così rimane agli atti – già alla fine di febbraio. Agli inizi di marzi sapevamo che il grano sarebbe stato usato come un’arma geopolitica, perché era evidente guardando i flussi commerciali che una serie di Paesi del Nord Africa e del Medio ed Estremo Oriente dipendono totalmente».

«È chiaro che nel momento in cui il grano lì non arriva succederà quello che è successo 12 anni fa, ricordate tutti le primavere arabe e quelle rivolte, perché, come dicevo prima, il cibo è vita, devi mangiare. Pensate come si innesca un cambiamento in atto da anni, dove è stato fatto veramente poco e basta subire un evento estremo, in questo caso non legato al clima ma alla politica, e dove il cibo diventa un’arma geopolitica».

Professore, è molto interessante questa connessione che lei ha fatto fra il confine politico e invece il clima e tutto quello che qui corrisponde poi alla produzione di cibo che mette poi nelle condizioni di migrare gli uomini. Questa connessione è un cortocircuito che mi fa chiedere come nei prossimi anni vivremo un’accelerazione rispetto agli spostamenti delle popolazioni.

«È proprio questo il punto. Vi faccio un esempio che fa anche un po’ sorridere, perché il tema ci riporta all’energia che è la madre di tutto poi perché nel cibo ho detto che c’è l’acqua, ma c’è anche l’energia per il 30%, il nexus che collega che collega cibo-acqua-energia, se ne parla da 10 anni, se poi magari si leggesse anche qualcosa sarebbe utile, perché alcune cose si vedono prima. Pensate al nucleare, mi ha sempre fatto un po’ sorridere arrivare davanti all’insegna di un comune “denuclearizzato”, come se questa fosse una barriera naturale per impedire qualora scopi una centrale, come è successo a Chernobyl, come se si potesse bloccare».

«Il clima è la stessa cosa, non è che tu dici comune “declimatizzato” – adesso non se il termine appropriato che si potrebbe usare. Ti colpisce e così anche chi si muove per il clima, che non trova le condizioni di vita accettabili nel suo Paese – e non sono soltanto ragioni climatiche, sia chiaro, sono ragioni politiche, economiche, come sappiamo bene, e si muove e a quel punto va a prescindere dai confini che sono una nostra invenzione – dove trova le condizioni migliori e si sposta con gli impatti, con noi abbiamo visto».

«Tra l’altro questi spostamenti, proprio riguarda all’agricoltura, sono necessari. Ci sono alcune zone del nostro Paese che senza la manodopera immigrata non raccoglierebbero le mele in Trentino o in Alto Adige. Quindi, bisogna fare lo sforzo di immaginare un modo dove ci sono confini artificiali che abbiamo creato noi e dove però questi confini nella natura non ci sono. Ed è un passaggio mentale che non abbiamo ancora fatto. Credo sia un tema, culturalmente parlando, molto importante».

Mi sembra che la parola magica sia “mitigazione”, che può avvenire in agricoltura, ma probabilmente anche nei comportamenti dei singoli. Cosa possiamo fare noi semplici cittadini, noi consumatori, soprattutto in ambito alimentare rispetto agli acquisti, rispetto alle nostre diete, per essere parte della soluzione e non più parte del problema?

«È senz’altro molto, perché se noi immaginiamo, anzi più che un’immagine è la realtà, che abbiamo un mondo dove si produce si consuma, quindi abbiamo idealmente un produttore che nel nostro caso è un agricoltore, un contadino, un imprenditore agricolo – perché di fatto è un impresa che viene gestita in modo economico, con delle conoscenze, con delle tecnologie – e poi alla fine della filiera ci siamo tutti noi, perché dobbiamo consumare, quindi idealmente la massa critica, la domanda la fanno i consumatori, bisogna che ci rendiamo conto del nostro potere. Poi è vero che si misura in potere d’acquisto la nostra capacità di spesa, ma per darvi un dato, così capiamo di cosa stiamo parlando, e così inquadriamo anche il fenomeno dell’inflazione alimentare – perché i prezzi alimentari stanno aumentando molto».

«Ma c’è un impatto diverso. Prendiamo un consumatore che ha un reddito medio, per esempio un professore universitario, che ha un buon reddito, mediamente la spesa alimentare sul mio reddito potrebbe essere intorno al 10% al 12%. Fra l’altro, se aumenta il mio reddito io con il surplus di reddito andrò a soddisfare qualche altro bisogno, come avviene nella crescita economica. È così che funziona, la spesa alimentare non cresce nella stessa proporzione – non puoi mangiare all’infinito. Però è diverso l’impatto se invece prendiamo un consumatore che ha un reddito più basso e l’incidenza della spesa alimentare più alta – 30%, 40%, 60%. Arriviamo così anche al povero economico e al povero alimentare».

«Ricordo per inciso, che l’Istat ha registrato nel 2021 – senza tenere conto della coda pandemica e di quello che sta succedendo adesso – 5,6 milioni di poveri (assoluti) nel nostro Paese, che diventano poveri alimentari e quindi devono essere assistiti e l’incidenza è molto più grossa, per arrivare a chi non ha accesso al cibo. Pensate a questa grossa massa di consumatori, alcuni che hanno accesso al cibo e altri che non ne hanno accesso, anzi sono in carenza».

«E poi questo accesso, paradosso nel paradosso, una parte rilevante di questi consumatori che ha accesso al cibo in realtà lo consuma in eccesso, cioè più dei poveri alimentari – affamati, denutriti, nel mondo la Fao ne ha contati 860 milioni e aumenteranno – ce n’è più del doppio che è malnutrita per eccesso. Ci sono al mondo 1 miliardo e 600 milioni fra sovrappeso e obesi – l’obesità, ricordo, è una malattia che va curata a prescindere dalla ragione e dall’origine».

«Stiamo prendendo, se ci concentriamo sulla parte dei consumatori, cioè di tutti noi, un mondo molto diverso dove qualcuno ha accesso e talvolta eccesso di cibo, con un impatto sulla sua salute e più in generale sull’economia, perché ci sono dei costi che sosteniamo e dall’altra parte c’è una quota di consumatori che sostanzialmente non arriva alla fine del mese, e quindi non ha accesso al cibo. In mezzo c’è un mondo molto variegato che sta un po’ fra l’eccesso e la carenza, dove il consumo alimentare è in realtà squilibrato. Pensiamo all’Italia, abbiamo una dieta meravigliosa che si chiama dieta mediterranea, per la quale per altro abbiamo riconosciuto, come tutti ricorderanno una decina di anni fa il riconoscimento di patrimonio dell’umanità immateriale. Per altro, come stile di vita c’è una parte che riguarda i consumi, la famosa piramide nutrizionale, ma anche il movimento».

«Ecco, noi siamo il Paese di quelli che hanno ricevuto il riconoscimento dall’Unesco che ha, lo calcolano i nutrizionisti, l’indice di aderenza alla dieta mediterranea più basso. In una scala da 0 a 24 siamo a 12. E dove lo vediamo? Sul tasso di obesità che c’è, soprattutto nell fasce più difficili, che sono quelle dei preadolescenti».

Queste riflessioni mi fanno pensare che non è solamente una questione di accesso e disponibilità economiche, ma soprattutto un accesso di conoscenza. È la mancata conoscenza che poi mette le condizioni le famiglie o le persone di attuare una vita sbagliata.

«Esattamente questo. Guardando al lato consumo, dall’altro già il verbo consuma vuol dire distruggere. Capiamo che abbiamo un problema serio rispetto al riconoscimento del valore del cibo. Ciò che ci manca, tra le altre cose, è l’educazione alimentare, la conoscenza degli alimenti. Abbiamo lanciati 10 anni fa una campagna che si chiama “Spreco zero”, e un osservatorio che studia il comportamento alimentare a partire dallo spreco che si chiama “Waste Watcher”, che è partito con l’Italia e ora analizza il mondo, arriviamo a delle stime quantitative molto puntali. Ma soprattutto, cerchiamo di capire le ragioni. Perché getti via del cibo?».

«Siamo a valle della filiera, non sulle perdite, ma a casa nostra. In Italia, campo-tavola, perdita più spreco vale 10 miliardi di euro, secondo l’ultimo dato che abbiamo elaborato nel report nazionale. 7 sono a casa nostra. Il valore medio del cibo che abbiamo acquistato, senza considerare il valore del capitale naturale per produrlo, trasportarlo e il costo smaltimento del cibo buono che finisce nella spazzatura, un’altra esternalità ambientale e anche un costo economico, perché la spazzatura si paga».

«Le ragioni, perché nessuno dice “compro del cibo e lo butto via apposta”, non siamo così sofisticati, deriva da comportamenti sbagliati. Compro di più. C’è un’offerta 2×3, non faccio la lista della spesa e vado così a occhio. Sto dicendo delle cose che sembrano della nonna, ma credetemi le indagini che facciamo, che hanno un fondamento scientifico molto solido nell’economia comportamentale, ci dice che tu non hai idea di come si usa il frigorifero, che servirebbe per conservare i prodotti, non per stiparli».

«Ci sono delle tecniche che si dovrebbero imparare, forse una volta si imparavano nell’economia domestica. Si insegnava solo alle medie alle femminili e poi questa disciplina è stata sostituita con l’educazione tecnica. Noi abbiamo perso totalmente l’educazione alimentare, non sappiamo più cos’è il cibo, che valore ha. Lo vogliamo pagare poco, vogliamo sostituire. Se poi scade lo yogurt questa sera non è che ci domandiamo “domani mattina eventualmente controllo che sia commestibile”».

Parlando mi fa scattare sempre delle suggestioni. Fondamentalmente la sua è anche una critica ideologica, nel senso che fa riferimento a un mondo chiuso, che è quello della Terra, che ogni anno può produrre un X, rispetto a un’ideologia che spinge per far reggere il benessere delle nostre società a consumare sempre di più. Quest’equilibrio si può reggere o prima o poi dovremmo cambiare l’ideologia che regge il nostro sistema economico?

«Lo diceva Pasolini nel ’75, solo per dire che scopriamo continuamente l’acqua calda, rispetto all’ideologia della società del consumo di massa che brucia tutto. Io non sto dicendo che non dobbiamo più consumare, che dobbiamo essere degli asceti, che dobbiamo ridurre, che tutto dev’essere intorno a noi – perché anche il sovranismo alimentare, l’autarchia, chi parla di questi temi lo fa per ragioni politiche, che non c’entrano niente con quello che succede nella realtà. Ma dobbiamo dare valore alle cose e consumarle nel modo giusto. L’ho chiamata “abbondanza frugale”, una sorta di ossimoro, cioè è inutile che ti riempi di cibo che poi non puoi consumare, che compri il 3×2 e poi il terzo è gratis e quindi si butta».

«Non ti viene in mente che quella vacca, che ha prodotto il latte, che ha consumato il mais, che avuto bisogno di acqua, ha impattato sull’ambiente e tu oltretutto getti via il vasetto di plastica, il suo contenuto e il suo contenitore che è il packaging. Fra l’altro se lo getti via così non fai neanche la raccolta differenziata».

Una battuta finale e una riflessione che possa essere un messaggio di speranza, perché comunque dobbiamo assolutamente avere la speranza della volontà oltre al pessimismo della ragione. Abbiamo fatto un focus sull’Italia, ma c’è un pezzo di mondo che dice “voi occidentali oggi ci portate queste problematiche, ma ci avete tolto 400 anni di crescita. Noi abbiamo diritto a consumare”. Come leghiamo questi due concetti, la nostra consapevolezza e la voglia di un pezzo di mondo di fare il suo pezzo di crescita nel suo pezzo di storia?

«Il tema è molto difficile. Come fai a dire agli altri di non fare delle cose che hai fatto tu? Però questo è un interesse anche degli altri e bisogna farglielo capire, perché se, esempio classico, i cinesi consumassero i chili pro capite di carne che consuma un europeo o un italiano avremo bisogno di quattro pianeti. È del tutto evidente che non è sostenibile. Perciò anche lì è una questione di mitigazione e adattamento, dove diciamo questa trasmissione di conoscenza, che in alcuni Paesi è più sviluppata rispetto ad altri, si trasferisca cercando di far sì che questo avvenga velocemente e anche in modalità “al di fuori del mercato”».

«È chiaro che se investi in biotecnologie, ad esempio, vuoi avere un ritorno. Ma mi figurerei una cosa di questo tipo: io che ho fatto il preside della facoltà di Agraria, nel momento in cui c’era un ostracismo politico rispetto a questo tipo di ricerca (OGM) ho visto quante delle nostre competenze se ne sono andate perché non potevano più fare ricerca pubblica in quel campo lì. Sono andate a lavorare altrove, in altri Paesi, nelle multinazionali che sono andate avanti. Ma quella è ricerca privata, che detiene i brevetti e la conoscenza».

«Questo tipo di innovazione deve essere pubblica, certificata, che non impatta sulla salute e sull’ambiente e la trasferisce in modo che la sostenibilità di cui tanto si parla sia di tutti, perché è un bene comune. Come penso dovrebbe essere considerato anche il cibo. Capisco che è un po’ hard dirlo quando è tutto in mano ai privati, quando la ragione vera dell’incremento dei prezzi, oltre al clima, sono le speculazioni. Adesso il grano c’è, ma qualcuno lo tiene perché sa che aumenterà il prezzo e quindi lo venderà quando questo prezzo sarà più alto. Ecco, diciamo che in un’ottica globale guardiamo alla governance, abbiamo l’ONU, abbiamo la FAO, abbiamo l’WFP, facciamo in modo che lì passino delle decisioni e delle applicazioni. Perché altrimenti il danno sarà poi di tutti».

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