C’è qualche rapporto tra il mulinare dei coltelli branditi da mani infantili contro corpi infantili — come vorrebbero alcuni resoconti giornalistici sudaticci — e questo clima di guerra che si avverte presso di noi e tra di noi? In apparenza esile, quella relazione effettivamente c’è ed è robusta, afferma Luigi Manconi su Repubblica.
Oggi, nel mondo, ricorda Manconi, sono oltre 350 mila le bambine e i bambini impegnati in conflitti bellici.
Dunque, si può dire che un numero crescente di giovanissimi partecipa al riprodursi della guerra guerreggiata tra gli individui, i gruppi sociali e i popoli.
Si sente dire che «per ottant’anni l’Europa non ha conosciuto la guerra». Si dimentica, evidentemente, quanto è accaduto dopo la disgregazione dell’ex Jugoslavia, in Serbia e in Kosovo, a Sarajevo e a Srebrenica.
E si scorda, soprattutto, che dal febbraio 2022 la guerra infuria là, a un passo dalle nostre case.
E mentre si parla di economia di guerra ci sfugge il fatto che già ci troviamo all’interno di società in armi.
E che questo, necessariamente, ha una relazione stretta, direi intima, con i pensieri, le emozioni e i gesti degli appartenenti a quella stessa società.
E, in particolare, dei più esposti e vulnerabili tra essi, che una faccenda domestica.
Si diffonde così l’idea che in alcune aree delle nostre città una quota significativa degli accoltellatori e degli accoltellati sia costituita da minori.
E quelle che vengono definite gang giovanili, spesso poco più che comitive di adolescenti, sono raffigurate come gruppi di predoni dediti al saccheggio.
Poco importa quale sia la reale rilevanza statistica e sociologica del fenomeno, ciò che più conta è che quella rappresentazione sia funzionale alla stigmatizzazione di tutte le forme di trasgressione e di devianza dei minori, facendo di essi un capro espiatorio e un nemico pubblico.
Ma è sempre stato così? Penso di no. La novità risiede in questo onnipervasivo scenario bellico dove anche i minori diventano bambini soldato. La violenza viene normalizzata e cade progressivamente l’interdizione morale nei confronti della guerra.








