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Sandra Sassaroli, presidente InTherapy: “Mai sottovalutare le avvisaglie che precedono le violenze. Chi vive una relazione tossica e si accorge di essere in pericolo, chieda aiuto” | L’intervista

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Violenza domestica, aggressioni verbali e fisiche, relazioni tossiche: un tema che spesso trova triste spazio nelle pagine di cronaca nera dei nostri quotidiani. Ne abbiamo parlato con la dottoressa Sandra Sassaroli, presidente di InTherapy.

Dr.ssa Sassaroli, grazie per la sua disponibilità. Parliamo di un tema che negli ultimi anni sembra aver raggiunto dei picchi molto alti, quello della violenza domestica. Dal suo punto di vista vede una recrudescenza di questo fenomeno?

I dati in realtà sono stabili, ma il dato importante è che da un lato le donne denunciano di più e dall’altro lato vi è una maggiore sensibilità di tutti al diritto di non essere maltrattati, aggrediti e in generale trattati male, questo riguarda tutti sia i bambini che le donne che gli anziani. Non dobbiamo sottovalutare la violenza sociale del passato, siamo noi che stiamo giustamente cambiando. Vi sono inoltre più strumenti per mettere questa violenza sotto controllo, decreti di allontanamento, ecc.

Quando si parla di violenza si pensa subito alla violenza fisica, ma in realtà le tipologie maggiormente esercitate di violenza hanno un’altra natura. È corretto?

Si è corretto, la maggior parte delle violenze sono maltrattamenti psicologici, umiliazioni, disprezzo e maltrattamenti fisici e anche agli oggetti. La realtà è che spesso i delitti più gravi sorgono dopo avvisaglie che sono state sottovalutate. Lancio di oggetti, insulti, piccole aggressioni ecc. Spesso questi comportamenti vengono sottovalutati nell’illusione di poterli cambiare o nel tempo annullare, il che non è mai vero a meno che l’aggressore non divenga consapevole e avvii un percorso personale che lo aiuti a cambiare.

La rabbia verso l’altro è spesso l’esito di percezioni personali di umiliazione, inadeguatezza, disamore, che sono ritenute inaccettabili, lo sguardo spostato verso le colpe dell’altro aiuta illusoriamente e per breve tempo a sentirsi più forti, ribelli, competenti e lontani da tali stati di fragilità percepita.

Spesso la violenza nasce all’interno di una relazione tossica che, se individuata per tempo, potrebbe essere interrotta. Come nascono questo tipo di relazioni e cosa si può fare per interromperle per tempo?

La relazione tossica è una relazione in cui vi sono comportamenti ambivalenti di seduzione e aggressione, di desiderio e fastidio, di amore e necessità di allontanarsi. Le complicità sono di entrambi. Anche se la vittima è una sola. Esse raccontano nelle persone che maltrattano o una difficoltà a stare vicini, a fidarsi, ad accettare l’enorme rischio di un amore che sempre ha in sé la possibilità dell’infelicità, in fondo le ambivalenze ci dicono della difficoltà a dividere il controllo con qualcun altro, sono manovre preventive contro rifiuti ed abbandoni.

Le persone che amano e inseguono e accettano comportamenti aggressivi, sono invece cresciute spesso in ambienti in cui si subivano comportamenti di questo tipo da parte di genitori, fratelli, familiari, di amore e rabbia, di vicinanza e improvvise aggressioni o distanziamenti oppure hanno assistito a scene di questo tipo. Insomma c’è una parte degli innamoramenti che ha un poco il senso di un inseguire chi fugge ma gli amori stabilizzati che sono uno stato dell’amore completamente diverso dovrebbero andare verso una direzione di compagnia amorosa e capacità di condivisione autentica in una vita in sé imperfetta e soggetta a problemi e dolori.

Non tutti gli amori cosiddetti tossici finiscono male, a volte vi è una mutazione nella direzione della consapevolezza della preziosità della condivisione, il che comporta il superamento di oscillazioni che nel tempo diventano difficili da vivere.

Se le persone si rendono conto di essere in pericolo, se cominciano a non tollerare lo stato di incertezza perenne devono chiedere aiuto perché l’allontanamento trova sempre l’altro in disaccordo e quindi è un movimento difficile da fare in autonomia.

Cosa è possibile fare per accompagnare le persone vittime di violenza, qual è il modo migliore per accompagnarle in un percorso di uscita dalla situazione di violenza in cui sono?

Nelle situazioni ad alto rischio bisogno divenire più capaci di allarmarsi alle prime avvisaglie di violenza, la prima spinta, la prima minaccia  di essere strozzati è già un segnale che racconta un’impulsività dell’altro e una difficoltà a tenere sotto controllo rabbia e dolore. Per le relazioni violente ma anche per quelle semplicemente infelici anche se non violente che causano infelicità e dalle quali non si riesce a staccarsi, questa è veramente una situazione in cui l’appoggio di un clinico, di uno psicoterapista può aiutare a liberarsi di una relazione colma di infelicità e aprirsi a nuovi mondi.

Anche per i parenti delle vittime di violenza sono previsti percorsi di sostegno?

Non ho visione di percorsi strutturati in modo particolare nelle strutture pubbliche ma è assolutamente auspicabile che vi sia una rete di sostegno amicale, parentale, sociale che aiuti le persone sofferenti a muoversi nella direzione giusta.

E cosa si può concretamente fare per accompagnare gli autori della violenza in un percorso terapeutico che li faccia cessare da questi comportamenti?

Gli autori di violenza non sono tutti uguali. Alcuni sono persone impulsive e discontrollate cresciute in famiglie difficili in cui la violenza esisteva, ed è stata appresa nello sviluppo, in questi casi occorre una terapia che li renda consapevoli della disfunzionalità dei loro comportamenti e della rischiosità non solo verso le compagne ma anche verso se stessi. Alcuni sono persone che hanno un esordio delirante di tipo paranoideo per cui va curata questa malattia che li fa sospettare di essere traditi e li fa divenire violenti.

Alcuni sono cresciuti in un mondo in cui la violenza reciproca è l’unica modalità relazionale in un mondo criminoso, in questo caso l’aiuto è un aiuto che spesso viene messo in atto nelle prigioni. Alcune aggressioni sono impulsive, altre sistematiche, alcune aggressioni sono spiacevoli per chi le fa che non pensava di essere portato a comportamenti di questo tipo, altri tipi di aggressione rispondo al progetto di mettere il partner a posto e sotto controllo, con aggressioni che possiamo definire didascaliche per avere l’ubbidienza.

Esiste un rapporto tra i casi che avete analizzato e i giovani? Il fenomeno è in crescita tra i giovani o tra le famiglie consolidate da tempo?

Non  credo che i giovani di oggi siano più violenti di quelli del passato, certamente se ne parla di più e vi è una maggiore sensibilità alla violenza come inaccettabile in tutte le sue declinazioni, forse una spiegazione sociale può essere cercata nel fatto che le donne da quando sono diventate più libere, sfidanti e autonome mettono l’uomo in condizione di dovere fare una mutazione di tipo antropologico, sociale e psicologico e non sempre questo è rapido, possibile o alla meglio breve e facile.

Anche da un punto di vista economico, è possibile fare un parallelismo? La violenza è legata alla povertà economica o culturale?

No la violenza contro le donne è più vasta e socialmente accettabile dove il ruolo delle donne è dominato da punti di vista che indicano nel maschio il padrone e il conduttore delle famiglie e della società. Ma qui noi stiamo parlando di mondo occidentale, dove la parità è data o dovrebbe esserlo  e la violenza è un fatto individuale e sociale che va interpretata in modo più individualizzato. Le condizioni di povertà, difficoltà economiche ovviamente possono creare stress e lo stress può aumentare la tendenza alla perdita di controllo ma occorre guardare caso per caso. Vi sono molte situazioni in cui in situazioni di stress le famiglie si avvicinano e si uniscono maggiormente.

Insomma occorre un occhio attento alle famiglie e alla violenza trasmessa e appresa ma occorre anche una capacità di comprendere le mutazioni sociali che stanno cambiando i ruoli di uomini e donne. Questo mutamento è lento e difficile e chiede intelligenza, pazienza e capacità di prevenire e comprendere i segnali di pericolo.

Anche nelle donne, anche nella scuola e nei luoghi di lavoro, anche nella società e nelle forze dell’ordine che devono divenire sensibili ai segnali preventivi e non dare per scontate risposte rassicuranti. 

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