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Salvatore Bernabei (CEO Enel Green Power): «Così abbiamo mantenuto stabile l’EBITDA e aumentato i Gigawatt nell’anno della pandemia»

Se nell’anno del Covid l’EBITDA di Enel ha tenuto rispetto al 2019, confermando i 17,9 miliardi di euro stimati dal consensus, buona parte del merito va ancora a Enel Green Power. La capogruppo glielo ha riconosciuto nei dati del preconsuntivo 2020, comunicati al mercato il 4 febbraio, mettendo in fila la crescita dei margini, il miglioramento delle performance dell’idroelettrico e soprattutto il gran numero di nuovi impianti, 46 per la precisione, per un totale di oltre 3,1 Gigawatt aggiuntivi.

Un nuovo record mondiale per la major delle rinnovabili, che ha superato di 77 MW il suo stesso precedente primato del 2019. La pandemia, insomma, non ha scolorito il verde di EGP, che conta di triplicare la capacità di qui al 2030, arrivando a 145 GW. MF-Milano Finanza ne ha parlato con Salvatore Bernabei, responsabile della divisione Global power generation e CEO di EGP.

Tra lockdown e consumi a picco, com’è stato possibile fare meglio del 2019? «Ci siamo riusciti in un anno molto difficile, nel quale abbiamo verificato sulla nostra stessa pelle che il modello EGP è resiliente anche rispetto alla pandemia. In realtà avremmo voluto realizzare ancora più capacità rispetto a questi 3,1 GW, ma siamo partiti con tre mesi di ritardo a causa del Covid. Il vero successo, quindi, è aver fatto meglio del 2019. Ci ha aiutato il fatto di aver avviato per tempo i processi di digitalizzazione e automatizzazione, così abbiamo potuto gestire in remoto molte delle nostre attività. Gli strumenti che tante imprese hanno dovuto avviare in corsa, per noi erano già realtà».

Le difficoltà però si stanno allungando al 2021. Che anno vi aspettate? «Indubbiamente a livello mondiale la pandemia è tutt’altro che finita, anzi i numeri sono persino più impattanti. Ma, a livello di sicurezza e di gestione del lavoro, ormai abbiamo imparato come muoverci e condiviso queste best practice anche con i contractor. Oggi nessuno dei nostri cantieri è fermo. Non siamo ancora in condizioni di normalità e il tasso di produttività resta inferiore dovendo lavorare con meno persone, ma sicuramente siamo più preparati. Non c’è più l’effetto sorpresa, gli impatti negativi saranno decisamente minori. E guardiamo con ottimismo a giugno, confidando nel successo delle campagne vaccinali».

In termini di capacità che target avete? «L’obiettivo è aggiungere altri 5,8 GW, applicando il doppio modello di sviluppo già condiviso col mercato. Da un lato l’ownership, dall’altro lo stewardship. Con l’ownership portiamo avanti la capacità gestita direttamente da EGP, mentre con lo stewardship catalizziamo investimenti di terzi, come stiamo facendo ora in India e Sud Africa attraverso le joint venture con Norfund e Qia, quest’ultima con un raggio d’azione che si estenderà all’Africa sub-sahariana. Dei 5,8 GW previsti per quest’anno, 4,5 saranno sviluppati direttamente da EGP e gli altri 1,3 tramite le jv. Lo stewardship comincia ad avere un peso importante nella strategia di crescita».

A quali altri Paesi guardate? «Se nel 2020 la crescita è stata maggiore in Nord America, quest’anno investiremo maggiormente in America latina, soprattutto Brasile e Cile. Seguiranno Stati Uniti, Asia, e Africa. In Europa ci concentreremo maggiormente sulla Spagna, senza dimenticare l’Italia, dove però è sempre più difficile ottenere i permessi, tanto che spesso e non si riesce nemmeno a mettere insieme un numero di progetti sufficiente per soddisfare il contingente previsto dalle aste. Certo che se dipendesse da noi faremmo molto di più».

Un governo Draghi vi aprirebbe nuovi ambiti nel Recovery Fund? «Non per gli investimenti diretti nelle rinnovabili, non è quello lo scopo. Ma sarebbe utile per aiutarci a scalare commercialmente nuove tecnologie, su tutte l’idrogeno verde. Abbiamo già presentato dei progetti. C’è bisogno di un fondo di supporto come il Recovery perché oggi quelli nell’idrogeno non sono ancora investimenti redditizi: i prezzi degli elettrolizzatori per produrlo da fonti rinnovabili sono elevatissimi. Andrebbero ridotti almeno di sei volte nell’arco dei prossimi cinque anni, per portare l’idrogeno a un prezzo concorrenziale sul mercato, ovvero a circa 2 dollari al kg. Convogliare parte dei fondi del Recovery su questo obiettivo ci consentirebbe intanto di poter imparare, sperimentare una tecnologia e di mettere in moto una supply chain, ponendo le basi per l’industria di domani. Ma deve essere uno sforzo condiviso e globale, evitando di disperdere fondi verso tecnologie superate».

E oltre all’idrogeno? «Abbiamo chiesto supporto per la Gigafactory di Catania. 3Sun, la fabbrica di pannelli solari, produce le celle fotovoltaiche con la maggiore efficienza al mondo. Abbiamo il prodotto migliore, ma per aumentare la produzione e avere costi di produzione più competitivi dobbiamo crescere, per questo abbiamo chiesto che il progetto venga incluso nel Recovery Fund. Con la 3SunGigafactory la produzione potrebbe essere realizzata su larga scala passando dagli attuali 200 MW ad oltre 3 GW l’anno».

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