“È l’8 settembre francese. Per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica, cioè in quasi settant’anni, il governo di Francia cade per un voto di sfiducia dell’Assemblea Nazionale”.
Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera parte dalla crisi francese per paventare i rischi contro la democrazia rappresentativa: “Già basterebbe questo per comprendere quanto sia grave la crisi aperta ieri a Parigi, destinata a peggiorare domani con l’inquietante giornata del «Blocchiamo tutto», il movimento sorto dalla Rete che mette insieme tutte le frustrazioni, unendo estrema destra ed estrema sinistra; proprio quello che è già accaduto in Parlamento. I provvedimenti del governo sono soltanto un pretesto. All’epoca i Gilet Gialli non misero Parigi a ferro e a fuoco perché erano aumentate le accise sul gasolio per i diesel più inquinanti. E se davvero domani la Francia si bloccherà, non sarà perché il povero Bayrou vorrebbe far lavorare tutti anche a Pasquetta.
La Francia – scrive l’editorialista – si rivolta perché non intende accettare la realtà ripetuta ieri dal premier sfiduciato: debito pubblico fuori controllo, spread in rialzo, declassamento internazionale in vista. Ieri è caduto il governo a Parigi. L’altro ieri è caduto il governo in Giappone, dove per la prima volta nella storia il partito liberaldemocratico — una Dc che finora non è mai caduta — ha perso la maggioranza in entrambi i rami del Parlamento. Il governo spagnolo è appeso a un voto, con i giudici che hanno arrestato il braccio destro di Sánchez e sono sulle tracce di sua moglie. In Germania il primo partito sono gli anti-antinazisti dell’Afd; in Inghilterra i neonazionalisti di Farage. Di questo passo, prevarrà l’idea che la democrazia non funziona più, che per reggere il ritmo dei cambiamenti e dare risposta alla rabbia popolare serve un autocrate, come quelli al potere dalla Russia alla Cina, dall’Egitto alla Corea del Nord, dalla Turchia all’India: la foto della parata di piazza Tienanmen. Ovviamente sarebbe un errore drammatico.
Ma la rivolta contro l’establishment ha salito un altro gradino. Ed è diventata – conclude – una rivolta contro la democrazia rappresentativa. Senza che si profili un nuovo sistema che possa tenere insieme la sovranità popolare, i diritti delle minoranze e la selezione di una classe dirigente seria”.








