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[L’analisi] La grande incognita Quirinale, tra inediti e salti nel buio. Ecco cosa può succedere

Se ne parla da mesi, i diretti interessati oscillano tra il silenzio e dichiarazioni lapalissiane, sia in un caso che nell’altro si tratterebbe di situazioni senza precedenti o con pochissime eccezioni. La rielezione di Sergio Mattarella al Quirinale e quella di Mario Draghi, che lascerebbe palazzo Chigi per divenire presidente della Repubblica, sono due delle tante ipotesi in campo nell’approssimarsi della scadenza del settennato. Ma entrambe rappresentano casi rari e interrogano i costituzionalisti.

La rielezione dell’attuale inquilino del Quirinale ha in effetti un precedente: la rielezione di Giorgio Napolitano in un clima di tensione istituzionale altissima. Mattarella ha già fatto sapere in diversi modi che intende portare a termine il suo mandato e nulla più, non pensa a una rielezione e, stando a quanto spiegano i suoi consiglieri, oltre ai motivi personali ce ne sono di costituzionali. Perché il bis di una eccezione finisce per divenire una prassi. Se infatti la conferma di Napolitano, per la prima volta nella storia repubblicana, è stata una eccezione, una nuova conferma, e per di più del presidente immediatamente successivo, potrebbe allargare le maglie della prassi costituzionale.

Una prassi tanto più importante quanto meno la Costituzione definisce nel dettaglio poteri e limiti dei Presidenti. Non a caso Mattarella stesso, citando due suoi predecessori, ha ricordato che sia Antonio Segni che Giovanni Leone, raffinatissimi giuristi oltre che esperti politici, ritenevano che si sarebbe dovuto abolire l’istituto del semestre bianco e sarebbe stato inoltre “opportuno introdurre in Costituzione il principio della non immediata rieleggibilità del Presidente della Repubblica”.

Ma anche l’elezione di Mario Draghi al Quirinale rappresenterebbe una prima volta: si tratterebbe del primo presidente del Consiglio in carica ‘promosso’ presidente della Repubblica. Finora sono stati eletti Presidenti un governatore di Bankitalia in carica, presidenti delle Camere e ministri in carica ma mai un premier ancora nel pieno della sua attività di governo.

In sé nulla quaestio, l’elezione pur essendo senza precedenti è ammessa dalla Costituzione. Ma le procedure per il passaggio di consegne sono inesplorate e i costituzionalisti si sono già esercitati nello studio dei passaggi inediti da percorrere. Il nuovo presidente solitamente entra in carica allo scadere del mandato del predecessore, in questo caso dal 3 febbraio in poi; per consuetudine e cortesia gli ultimi presidenti uscenti si sono dimessi non appena eletto il loro successore.

Questo passaggio potrebbe essere rispettato, ma il presidente uscente, ancora nel pieno delle sue funzioni seppure per poche ore, dovrebbe prima attendere di ricevere il successore che dovrebbe dimettersi da presidente del Consiglio. Perché una volta eletto Draghi, si aprirebbe il problema dell’assenza di un successore a palazzo Chigi. E’ vero che in assenza del presidente del Consiglio, le sue veci vengono fatte dal ministro più anziano, in questo caso Renato Brunetta, con il governo dimissionario ma ancora in carica per il disbrigo degli affari correnti. Ma tale supplenza non può durare mesi.

E soprattutto i costituzionalisti si dividono sui passaggi che dovrebbe percorrere Draghi: secondo alcuni costituzionalisti Draghi decadrebbe da premier non appena eletto presidente e dovrebbe essere dunque ancora Mattarella a nominare il nuovo inquilino di palazzo Chigi, procedendo eventualmente con le consultazioni. Secondo altri invece, appena eletto il successore, Mattarella si potrebbe dimettere per permettere a Draghi di entrare pienamente nelle sue funzioni.

A quel punto il nuovo presidente della Repubblica riceverebbe il presidente del Consiglio supplente, che si dimetterebbe (come da prassi e per cortesia istituzionale) e il nuovo presidente dovrebbe procedere a consultazioni per incaricare un nuovo premier (con una maggioranza uguale o diversa) o in caso di mancato accordo tra i partiti allo scioglimento delle Camere per indire a tambur battente nuove elezioni. Non sarebbe la prima volta che il primo atto di un presidente è l’incarico di un nuovo premier, già diversi presidenti in passato hanno avuto la formazione di un nuovo governo come primo impegno (basti pensare a Giorgio Napolitano nel 2013), ma si tratterebbe della prima volta in cui un presidente cerca un sostituto di se stesso. E su questa novità il dibattito tra studiosi della Carta è aperto.

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