Analisi, scenari, inchieste, idee per costruire l'Italia del futuro

Questa crisi non avrà pietà per nessuno (o quasi). Ecco chi pagherà il conto e chi no

Dopo i giorni della solidarietà, ora cominciano quelli dei conti.

Tutti i conti, anche quelli degli euro che alcuni Paesi del Nord Europa vorrebbero controllare, sindacare, non elargire. Se questi mesi sono stati duri, i prossimi saranno durissimi.

E molti di noi lo sapevano bene che il peggio sarebbe venuto dopo. Quando arriverà l’autunno quanti lavoratori perderanno il posto, quante imprese chiuderanno i battenti e quanti tireranno giù le saracinesche nel commercio, nella ristorazione, nel turismo?

Il flagello che ci aspetta non riguarda solo il nostro Paese. Secondo Guy Ryder, direttore generale dell’Ilo, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, addirittura un miliardo e duecentocinquanta milioni di lavoratori nel mondo rischiano di restare disoccupati o quantomeno di veder ridotto considerevolmente il proprio salario o il proprio profitto. I settori più colpiti, secondo uno studio dell’Ilo, sarebbero quelli dell’immobiliare, della ristorazione, delle manifatture, della vendita al dettaglio e delle attività commerciali e amministrative.

Per attendibile che sia, questa ricerca qualche dubbio ce lo lascia, perché non è citato ad esempio il turismo, che è invece una delle attività produttive che ha subito i colpi più terribili. In ogni caso, se questi numeri fanno già venire i brividi, il timore per noi ancora più grave è che l’Italia possa essere messa pure peggio di altre Nazioni. Perché da noi il lockdown è cominciato prima, è durato assai più a lungo e in certi casi è stato molto più duro che altrove.

Tanto per cominciare, molti italiani hanno già visto ridursi notevolmente i loro guadagni.

Nella tabella che la Uil Lavoro Coesione e Territorio ha simulato per Repubblica risulta che un dipendente lasciato a casa per tre mesi, quando farà i conti a fine anno registrerà una perdita di quasi un quinto del suo salario netto – meno 18 per cento -, perché in quel periodo oltre al taglio dovuto per la cassa integrazione ha perso pure un pezzetto di tredicesima e quattordicesima.

A parità di retribuzione annua lorda, di 22500 euro, una partita Iva, rimasta a zero entrate in marzo e aprile e dimezzate a maggio, si è invece assicurata i 2200 euro garantiti dai decreti Cura Italia e Rilancio: due volte 600 euro e poi mille perché il crollo del fatturato è stato sopra il 33 per cento in marzo e aprile. Da qui a fine anno, sempre che tutto vada bene, avrà bruciato 1784 euro, circa il 9 per cento delle sue entrate lorde nette. La metà del dipendente in Cassa integrazione.

Il calcolo non tiene conto però di una variabile sostanziale, perché è presumibile ipotizzare che almeno nel primo periodo successivo al lockdown molte partite Iva – il commercio e i ristoranti, ad esempio – abbiano qualche difficoltà a rifare subito gli stessi guadagni che incassavano nei mesi precedenti alla pandemia.

Per quel che riguarda invece il lavoratore dipendente bisognerebbe tenere conto di altre differenze, perché la perdita media in busta paga non è uguale per tutti. Dal rapporto della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro risulta che solo il 39 per cento della Cassa Integrazione ha avuto una decurtazione minima del 20 per cento. Per il 18 per cento questo taglio varia invece fra il 31 e il 40 per cento. Per il 21 è addirittura sopra il 40.

Le professioni ad alta specializzazione hanno una riduzione di 764 euro al mese rispetto alla retribuzione netta base – senza contare i tagli su tredicesima e quattordicesima relativi allo stesso periodo . Le figure tecniche perderanno 646 euro. E il lavoro d’ufficio 428. Con i lavori meno qualificati le cifre ovviamente calano ancora.

Questo calcolo poi non basta neanche a segnare tutte le diversità di trattamento, che variano molto dal Nord al Sud. La decurtazione media nel Settentrione è stata calcolata in 512 euro, cioè meno 37 per cento, al centro in 469 (36 per cento) e nel Meridione 396 (33 per cento).

Lo studio della Uil si sofferma poi sulle situazioni familiari, perché i genitori con figli, che come lavoratori dipendenti sono stati i più danneggiati da questa emergenza, tra congedi straordinari o spese per baby sitter. Infine, c’è la fascia più fragile dei lavoratori, contrattini a tempo o in nero, retribuzioni basse e poche tutele, i giovani, gli apprendisti, i part-time, molti stranieri. Quando l’Italia ripartirà, lavoreranno ancora alla scadenza dei contratti?

La verità è che siamo di fronte a una tragedia che ci riguarda tutti.

E fanno un po’ tristezza alcuni titoli che abbiamo letto sui giornali: «I lavoratori autonomi saranno gli unici a pagare». Questa crisi non avrà pietà per nessuno. Quasi nessuno.

Penso ai boiardi, ai grandi manager, ai politici, ai megastipendi pagati dallo Stato che cercava disperatamente di far sopravvivere chi rischiava di morir di fame. Quanti di loro hanno pensato di ridursi anche una piccola fetta dei loro lauti emolumenti in questi mesi terribili? Di dare, una tantum, un piccolo contributo al Paese? Così, per decenza. Un mucchio di imprenditori l’hanno fatto. E loro?

SCARICA IL PDF DELL'ARTICOLO

[bws_pdfprint display=’pdf’]

Iscriviti alla Newsletter

Ricevi gli ultimi articoli di Riparte l’Italia via email. Puoi cancellarti in qualsiasi momento.

Questo sito utilizza i cookie per migliorare l'esperienza utente.