“La favola della Groenlandia indispensabile alla sicurezza degli Stati Uniti – commenta sulla Stampa Stefano Stefanini – offre a Donald Trump il pretesto per un’espansione territoriale ai danni di un alleato.
Mette a rischio la Nato per un misto di motivazioni geoeconomiche – sfruttamento delle potenziali risorse energetiche e minerali dell’isola – e di ambizioni nominalistiche – passare alla storia come il Presidente che riprende l’ampliamento geografico degli Usa.
Quella che egli chiama scelta tra annessione della Groenlandia agli Usa e sopravvivenza dell’Alleanza Atlantica è un ricatto alla seconda per incassare la prima.
Donald Trump applica alla Groenlandia la tattica usata in Venezuela e con i partner commerciali, Ue compresa, sui dazi.
La Danimarca e la Nato non sono il Venezuela; chi catturare a Copenaghen o Bruxelles? Ma, senza operazioni spettacolari delle forze speciali, basta sovvertire le regole del gioco.
Fra le regole delle alleanze c’è quella di non accampare rivendicazioni territoriali reciproche, altrimenti dove finisce l’alleanza?
Invocare invece la legge della giungla, ‘il più forte ha sempre ragione’, all’interno dell’alleanza significa barare.
Con una posizione intransigente, declinata in tutte le salse e condensata in quel ‘l’acquisteremo in un modo o nell’altro’, Trump ha messo spalle al muro Nuuk, Copenaghen e Bruxelles (Nato e Ue).
Danimarca e Groenlandia si apprestano a negoziare con gli Usa qualcosa che ritenevano riguardasse solo loro due: il futuro dell’isola.
Gli europei li sostengono, ma hanno effettivamente bisogno degli Usa – per ora almeno – e vengono messi sotto un’enorme pressione per cedere sulla Groenlandia, in quanto indispensabile alla sicurezza americana.
Se non fosse che non è vero: la sicurezza Usa nell’Atlantico settentrionale e artico è già garantita dallo status quo: Groenlandia danese semiautonoma nella Nato”.








