C’è un motivo se tra i dati ufficiali economici prodotti dagli apparati pubblici italiani non figura quello del “debito previdenziale implicito”. La ragione è data, fanno capire gli esperti, dalle sue dimensioni, che sono decisamente preoccupanti. “Valore attuale delle promesse pensionistiche future, implicito nella legislazione corrente e al netto dei contributi”: così lo definiscono gli economisti. Sostenendo, come ha fatto ripetutamente l’ex presidente dell’Inps, Tito Boeri, la necessità di esplicitarlo anche con l’obiettivo di permettere «un controllo democratico sull’operato dei governi “misurando” la credibilità degli impegni presi nei confronti dei contribuenti».
Suggerimenti, tuttavia, mai presi troppo seriamente. Ed è una faccenda mica da ridere, scrive MF-Milano Finanza, alla luce della seguente considerazione espressa senza troppi peli sulla lingua dallo stesso Boeri su lavoce.info quando era alla guida dell’Istituto di previdenza: «Un governo che sostiene che il debito implicito è irrilevante ci sta implicitamente dicendo che la legislazione pensionistica verrà cambiata prima che le prestazioni si materializzi». Fotografia spietata ma esatta di ciò che sta accadendo da troppo tempo ormai. C’è una stima elaborata qualche anno fa dai ricercatori Luca Beltrametti e Matteo Della Valle secondo cui l’ordine di grandezza del debito pensionistico sarebbe di due volte e mezzo il Prodotto interno lordo.
Cinquemila miliardi di euro o giù di lì. Circa il doppio del debito pubblico. Non bastasse, risulterebbe anche il più elevato fra i principali paesi occidentali: nel Regno Unito, all’epoca di quello studio, era al 142%. Mentre in Germania non arrivava al 120% e negli Stati Uniti era inferiore al 70%. Ma non è soltanto la dimensione della montagna a creare apprensione. Il fatto è che non si riesce a tenere sotto controllo, a causa della pressione politica che di volta in volta cerca di allargare le maglie delle riforme con cui si è tentato di limitare i danni futuri delle scellerate regalie del passato, iniziate oltre mezzo secolo fa.
La manovra di bilancio appena varata dal governo di Giorgia Meloni è da questo punto di vista una straordinaria opera di contorsionismo mentre già incombe la campagna elettorale per elezioni europee che potrebbero imprimere una svolta alla direzione di marcia della politica continentale. Per non cedere del tutto alle sconsiderate richieste della Lega, che già nel 2019 aveva dato una spinta micidiale con quota 100 al debito implicito (secondo Boeri oltre 38 miliardi), si è raggiunto un compromesso su quota 104.
Ma che comunque significa poter andare in pensione almeno 4 anni prima del limite normale del pensionamento di vecchiaia fissato in base alla regola dell’aspettativa di vita introdotta con la legge Fornero. Ed è un’altra spintarella a quel debito, appena mitigata dalle penalizzazioni previste per chi si ritira anticipatamente dal lavoro. Dimostrazione che se pur c’è una certa consapevolezza della gravità della situazione, non è ancora abbastanza per indurre la politica ad accantonare la logica del consenso che ha sempre ispirato le mosse dei partiti nel campo della previdenza e impegnarsi una volta tanto a fare gli interessi del paese.
Che poi sarebbero soprattutto quelli delle future generazioni, al di là delle chiacchiere e della propaganda. Perché è proprio questo, che c’è in ballo. Che cosa lasceremo ai nostri figli e nipoti dopo che già abbiamo consumato tutte le risorse? Avranno sulle spalle migliaia di miliardi di debiti che gli abbiamo pazientemente accumulato distribuendo per decenni privilegi insostenibili a ogni categoria. Ancora oggi l’Inps distribuisce circa 7 miliardi di euro l’anno a persone che sono andate in pensione quando ancora non avevano 50 anni di età. E tutto questo mentre le proiezioni sulla presunta sostenibilità del sistema pensionistico obbligatorio già dicono che in breve la soglia dei 70 anni per gli assegni di vecchiaia non sarà semplicemente un’ipotesi di scuola, bensì una realtà ineludibile.
L’ultima relazione della Corte dei conti sulla gestione dell’Inps non lascia molte speranze. Dice che nel 2046 i contributi previdenziali versati da chi è in attività dovrebbero attestarsi sui 432.257 miliardi, contro una spesa pensionistica di 629.699 miliardi. La differenza è di 197.442 miliardi. Che qualcuno dovrà pagare, cioè i nostri figli. Certo, nel conto è prevista anche la spesa pensionistica assistenziale di cui lo Stato dovrebbe comunque farsi carico, e non sarà poco: 102.130 miliardi. Ma anche al netto dell’assistenza pubblica, i conti non torneranno affatto. Mancheranno infatti all’appello più di 95 mila miliardi: il buco della previdenza pubblica vero e proprio.
Per avere un’idea della velocità con cui quel buco si allarga, si consideri che già nel 2023 la differenza fra contributi versati e spesa pensionistica è di circa 57 miliardi. Circa un quarto rispetto alla voragine (ottimisticamente) prevista dall’Inps per il 2046, ed è un disavanzo che viene oggi coperto dalle tasse che pagano i pensionati. Quel disavanzo attuale, comunque mostruoso e incerto perché si tratta di una semplice previsione che non contempla l’evasione contributiva, sarebbe tuttavia interamente attribuibile a una spesa assistenziale di quasi 70 miliardi: se ne deduce che la previdenza pubblica vera e propria risulterebbe ancora in attivo per circa 13 miliardi. Se i numeri fossero corretti, significherebbe che nel giro di 23 anni i conti previdenziali al netto dell’assistenza peggiorerebbero di ben 108 miliardi. Stiamo parlando, per capirci, di oltre metà dell’intero gettito Irpef del 2021.
Il tutto mentre c’è ancora chi si ostina a sostenere che non esiste alcun rischio per la sostenibilità, continuando a fare promesse che sfasceranno ancora di più il sistema pensionistico pubblico già traballante. Con il governo che per salvare capra e cavoli è costretto a concedere sempre qualcosa. Prima era quota 100, la contropartita dovuta dal Movimento 5 stelle a Matteo Salvini per avere il via libera al reddito di cittadinanza. Ora è quota 104, per non scontentare del tutto l’alleato leghista alla vigilia delle elezioni per l’europarlamento. E pensare che esattamente un anno fa, il 9 novembre 2022, la presidente del consiglio Giorgia Meloni aveva pronunciato con i sindacati una frase agghiacciante: «Le pensioni oggi sono basse, quelle future rischiano di essere inesistenti». Inesistenti, proprio così aveva detto.








