C’è sempre tendenzialmente un conflitto tra il principio dell’autodeterminazione sul proprio corpo, e quindi la libertà di accettare o rifiutare cure mediche comprese le analisi diagnostiche, e la tutela della salute di tutti, ma mai come ora la pandemia rende il problema attuale.
Nei giorni più caldi dell’emergenza ha prevalso nettamente il principio di tutela della salute pubblica, ed è giusto che sia così.
Nessuno e nessuna forza politica in Italia nei mesi di marzo o aprile ha messo apertamente in dubbio, come avvenuto invece in altri paesi, la priorità della tutela della salute sulle esigenze dell’economia.
Si litigava allora piuttosto sulla durezza dei provvedimenti, anche se dopo abbiamo imparato che il conflitto con i rappresentanti delle forze economiche c’è stato, e come sempre succede in Italia, e solo in Italia, la questione della mancata chiusura del bergamasco è ora rimessa alla magistratura.
In quei giorni abbiamo sacrificato senza discutere molti diritti individuali, ad esempio quelli alla mobilità, all’istruzione, al lavoro, ci siamo lamentati della mancanza delle mascherine non dell’obbligo di portarle, ci siamo obbedientemente rinchiusi in casa.
Sembrano passati anni. Dopo pochi mesi il quadro è cambiato e così le sensibilità dell’opinione pubblica.
La rivendicazione della libertà personale e quindi libertà di adottare qualsiasi comportamento è continua e quotidiana e il conflitto anche tra singole persone è frequente.
Al momento gli obblighi che potremmo definire “sanitari” sono sostanzialmente quelli di indossare la mascherina in dati orari e circostanze, di farsi misurare la temperatura per accedere in determinati luoghi, di stare in quarantena nei casi di positività.
Non è obbligatorio fare il test sierologico o il tampone e i rifiuti, o il negarsi, per esempio da parte di chi torna dalle vacanze, sono frequenti.
In realtà in molti contesti lavorativi, compreso il mondo dello sport o dello spettacolo, il test o il tampone sono diventati precondizioni per poter lavorare.
Il sottrarsi comporta la perdita del lavoro. Dove si rischia maggiormente il contagio la richiesta di controlli ed esami diagnostici adeguati è venuta dagli stessi lavoratori e sostenuta dai sindacati.
In generale il controllo sanitario è un dovere che ogni azienda si assume nei confronti dei propri dipendenti (la normativa di riferimento è il Testo Unico di cui al D.lgs. 81/2008), e uno degli obblighi dei lavoratori è appunto quello di sottoporsi a visita medica, qualora sia prevista.
La lotta al Coronavirus diventa quindi componente necessaria della sorveglianza sanitaria.
Ma nella scuola no.
Si apprende oggi che test sierologici e tamponi per gli insegnanti non sono obbligatori, non sono la condizione necessaria per salire in cattedra. Con una letterina “buonista” il commissario Arcuri, non si sa a che titolo, invita gli insegnanti a sottoporsi al test e assicura che l’eventuale quarantena sarà considerata “assenza giustificata”.
L’assenza giustificata è quella degli allievi, per gli insegnanti valgono malattie o ferie o permessi.
Nessuno gli ha spiegato che gli insegnanti sono lavoratori sottoposti alla normativa del lavoro pubblico per cui la quarantena equivale alla malattia. Non gli hanno spiegato che il datore di lavoro è il Ministero dell’istruzione, quindi lo Stato.
Riferisce all’Adnkronos Salute il Segretario Nazionale della Federazione dei Medici di Medicina Generale (FIMMG), Silvestro Scotti, che, in base ai primissimi dati delle telefonate effettuate per la prenotazione dell’esame da una parte dei camici bianchi che si sono attivati contattando gli assistiti a cui è destinato il test, il 30% dei lavoratori della scuola, tra insegnanti e operatori, “rifiuta l’appuntamento per il test sierologico dal medico di famiglia” per la campagna di screening cominciata ieri e che finirà il 7 settembre.
Tre mesi a parlare di scuola e di come riaprire e poi gli unici lavoratori non obbligati a sottoporsi ai tamponi sono gli insegnanti!
Naturalmente il dato sarà coperto dalla privacy e perciò chi si è sottratto rimarrà ignoto. Quindi un genitore non saprà se l’insegnante di suo figlio si è sottoposto al tampone o no. Follia!
Mi addolora constatare che parte della categoria su cui pesa una gran parte della responsabilità della formazione delle nuove generazioni si sottrae ai controlli sanitari fatti per la salute di tutti.
Per quali ragioni? Forse per paura, dando credito all’ultima fake? Per godersi gli ultimi giorni di ferie?
Cosa insegnano ai ragazzi?
Come tutti i diritti anche il diritto costituzionalmente previsto di acconsentire o meno a visite, esami diagnostici o cure incontra dei limiti.
In questo caso quello sempre previsto nello stesso articolo 32 della Costituzione: ”La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività”.
Non vedo interesse generale più evidente di quello della salute dei nostri figli unito al diritto all’istruzione.
Se questi sono gli atteggiamenti di fronte a un semplice tampone mi chiedo cosa succederà di fronte a un vaccino!
Per evitare corsi, ricorsi e defatiganti trattative sindacali occorre una norma semplice e chiara, da inserire nel decreto di agosto: entra a scuola chi ha fatto il tampone perché se insegni hai il dovere di tutelare la salute degli altri, e dopo le vacanze di Natale servirà un altro controllo.
Prestiamo la necessaria attenzione ai comportamenti e lasciamo stare il metro!








