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[L’analisi] «Putin è pronto ad offrire più gas all’Italia». La strategia dietro il braccio di ferro

Le forniture di gas dalla Russia non sono “una questione politica, ma dipendono da accordi tra gli operatori come Eni e Gazprom. Sui volumi specifici e sulle forniture mese per mese bisogna chiedere a loro”.

Così l’ambasciatore russo in Italia Sergey Razov ha risposto a ‘Porta a porta’ ad una domanda sulla questione sul calo delle forniture russe e sui costi che salgono.

 “In una recente conversazione telefonica tra il presidente Vladimir Putin e il premier Mario Draghi, Putin ha detto che la Russia ha fornito lo scorso all’Italia 22,8 miliardi di metri cubi di gas, oltre 2 miliardi in più del 2020. Noi siamo disposti a fornire di più se c’è necessità da parte del partner italiano”, ha osservato. 

Crisi instabile 

Il meteo della crisi in Ucraina è ancora molto instabile, con qualche squarcio di luce ancora insufficiente a diradare tutte le nuvole nere. Vladimir Putin ha dato un segnale di distensione autorizzando l’inizio del ritiro delle truppe dal confine ed assicurando di non volere la guerra, ma la Nato ha espresso dubbi su una reale de-escalation sul terreno. 

Braccio di ferro

Anche sul fronte diplomatico, la disponibilità del leader del Cremlino a dialogare sulla sicurezza regionale, espressa ricevendo Olaf Scholz, non ha chiarito come si scioglierà il nodo più intricato della partita: il braccio di ferro sull’ingresso di Kiev nella Nato. Perché Mosca insiste, non dovrà accadere mai; ma gli occidentali non possono accettarlo, almeno formalmente e per iscritto, come vorrebbe il Cremlino.

All’indomani degli annunci sui media americani di un’imminente invasione russa, il ministero della Difesa di Mosca ha fatto sapere che “unità dei distretti militari meridionali e occidentali che hanno completato i loro compiti” nelle esercitazioni alla frontiera hanno iniziato a rientrare nelle basi. Un ritiro “pianificato”, ha chiarito il ministro degli Esteri Serghiei Lavrov, respingendo gli allarmi diffusi come “terrorismo mediatico”, frutto “dell’isteria occidentale”. Per la Nato però “non ci sono segnali sul terreno che la Russia stia riducendo le truppe ai confini dell’Ucraina”, ha affermato il segretario generale Jens Stoltenberg. 

Lo scetticismo occidentale 

Che ha chiesto anche il ritiro dei mezzi pesanti e dell’equipaggiamento militare. A rafforzare lo scetticismo occidentale è arrivata la denuncia di Kiev di un cyberattacco ai siti del ministero della Difesa e di due banche pubbliche. Un segnale, se confermato, di un nuovo attacco ibrido con la probabile regia di Mosca. Al Cremlino nel frattempo è andato in scena l’evento clou della giornata negoziale, con il faccia a faccia tra Vladimir Putin e Olaf Scholz. Il cancelliere tedesco ha teso una mano, sottolineando che la sicurezza dell’Europa “non può essere costruita contro la Russia ma in cooperazione con la Russia”. 

Il buon segnale

Ed accogliendo come un “buon segnale” la notizia di un ritiro delle truppe russe, ha sottolineato che la finestra della diplomazia non è ancora chiusa. Putin ha apprezzato, spiegando che ci sono “elementi” su cui è pronto a lavorare e che “ovviamente – ha detto – non voglio la guerra”. Ma gli spunti di ottimismo sono tutti qui. Il leader russo, come di consueto, ha mostrato i muscoli, avvertendo che i colloqui “non possono andare troppo per le lunghe”.

E non ha rinunciato ad una tirata contro gli occidentali: “Da 30 anni ci dicono che non allargheranno la Nato verso la Russia ma è sempre successo”, ha accusato, rifiutando la tesi che l’adesione dell’Ucraina non sia al momento in agenda. “Che accadrà domani o dopodomani, per noi sarà lo stesso, la questione va risolta ora”, ha avvertito. Su questo tema “non si negozia”, è stata però la replica di Scholz. 

Il gas come arma 

Putin ha poi blandito la sua leva più efficace con gli europei, affamati di gas russo. Il Nord Stream 2 è già pronto e porterà sicurezza energetica in tutto il continente, “non c’è niente di politico” in questo progetto. Ma il cancelliere ha risposto che “in caso di guerra faremo quello che dovremo fare”: ossia, non attivare il gasdotto. Per superare la crisi le cancellerie puntano ancora sull’applicazione degli accordi di Minsk, che prevedono anche una maggiore autonomia del sud-est ucraino.

Da Mosca, tuttavia, sono arrivati segnali che rischiano di far saltare il tavolo. La Duma, la camera bassa del parlamento, ha approvato una richiesta a Putin perché riconosca le autoproclamante repubbliche separatiste di Donetsk e Lugansk. Tra le proteste dell’Ue e della Nato. Mentre il capo del Cremlino si è espresso in modo laconico: “Nel Donbass sta avvenendo un genocidio”.

Quasi ad evocare la necessità di un intervento. In questa quasi permanente fase di stop and go, i telefoni rossi continuano a squillare. I capi delle diplomazie russa e americana Serghiei Lavrov e Antony Blinken hanno avuto un nuovo colloquio telefonico, Joe Biden ha parlato con Emmanuel Macron della necessità di “verificare” il ritiro delle forze russe. L’Italia ha fatto la sua parte con un colloquio tra il premier Mario Draghi ed il presidente ucraino Volodymyr Zelensky e con la missione a Kiev del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che giovedì è atteso a Mosca. 

L’ironia di Putin 

A Kiev intanto sono spuntati i nastrini gialli e blu, i colori della bandiera, alla vigilia della Giornata dell’unità indetta da Zelensky per il 16 febbraio: data indicata dall’intelligence americana come quella di un eventuale attacco della Russia. “Gli Usa hanno detto anche a che ora inizia la guerra?”, ha ironizzato Putin con i suoi. 

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