Il settore dell’auto in Italia e in Europa sta attraversando una crisi grave e dagli esiti incerti. È la tempesta perfetta, il risultato di un insieme di fattori, solo in parte prevedibili, che mettono a dura prova non solo un settore industriale strategico, ma anche la qualità della mobilità degli italiani e il percorso di decarbonizzazione.
Se si vendono meno auto ed è più costoso usarle, dovremmo osservare una diminuzione del traffico stradale e dei chilometri percorsi ogni giorno. Non è così. Il traffico sulle autostrade nel 2024 ha raggiunto il livello più alto di sempre, e le vendite di benzina e gasolio in Italia hanno superato i valori del 2019.
Questo non stupisce. La percentuale di persone che si sposta con l’auto invece che con i mezzi pubblici aumenta molto al diminuire del reddito e della dimensione del centro urbano di residenza.
Chi ha un reddito minore tende a vivere in quartieri e comuni dove il servizio di trasporto pubblico è debole o del tutto assente. Il resto lo ha fatto l’effetto del post-Covid.
Come si concilia quindi un mercato che vende meno auto nuove con una domanda di mobilità che aumenta? Con la terza incognita dell’equazione: il mercato delle auto usate.
Nell’ultimo anno si sono effettuati quasi 3 milioni di cambi di proprietà, circa il doppio delle immatricolazioni, nonostante i prezzi dell’usato siano aumentati fino al 40% in più rispetto al 2019.
Le famiglie più povere e i prezzi elevati delle auto nuove spingono quindi verso l’acquisto di auto usate, anche molto vecchie. Oggi la metà dei passaggi di proprietà riguarda auto con oltre 10 anni, e l’età media del parco circolante in Italia è salita da 8 anni nel 2010 a quasi 13 anni nel 2024.
Il risultato? Guidiamo auto più vecchie, che inquinano di più e sono meno sicure, perché non beneficiano delle innovazioni tecnologiche adottate per legge sulle auto di nuova generazione.
Al tempo stesso, l’industria automobilistica europea è in crisi: vende meno auto, ha delocalizzato la produzione dei modelli a combustione interna e teme la crescente concorrenza dei produttori cinesi, che offrono auto di qualità sempre migliore a prezzi altamente competitivi, nonostante i dazi.
Sulle cause di questa tempesta perfetta si possono fare diverse ipotesi, probabilmente concorrenti. Le due crisi del Covid e della guerra in Ucraina hanno aumentato i costi delle materie prime e dell’energia.
Probabilmente hanno inciso le forzature dell’Unione Europea sulla transizione verso il tutto elettrico, senza considerare i costi e i tempi necessari per l’adattamento di industrie e consumatori.
Né ha giovato il continuo proliferare di norme, date e limiti in evoluzione, che generano incertezza sia per i produttori che per i consumatori. Forse hanno influito le scelte delle case automobilistiche, che hanno puntato su modelli più grandi e costosi, trascurando segmenti di city car e berline medie a prezzi accessibili.
Non a caso, Luca De Meo, CEO di Renault, in una lettera aperta scritta in vista delle elezioni europee del 2024, ha chiesto di “incoraggiare i progetti di cooperazione tra i costruttori per sviluppare e commercializzare auto e furgoni di piccole dimensioni a prezzi accessibili prodotti in Europa.
Allo stesso tempo, incentivare i consumatori ad acquistare questi veicoli attraverso incentivi e vantaggi, come posti auto riservati, parcheggi più economici e punti di ricarica dedicati.”
Invertire il circolo vizioso in cui ci troviamo non sarà facile senza un ripensamento strutturale della politica su limiti alle emissioni, incentivi e sussidi all’acquisto, dazi e, non da ultimo, la promozione di comportamenti sostenibili da parte dei consumatori. L’energia più sostenibile rimane sempre quella che non si consuma.








