Intervento di Carmine Biello, senior advisor del fondo di investimento Apogee Global
Che il nostro fosse un Paese di proprietari di casa era risaputo, anche la non più giovane età delle nostre abitazioni era nota, come pure la continua perdita di valore che esse hanno subito a partire dal 2008.
Ora però scopriamo che i proprietari italiani sono più che mai innamorati della propria casa: il 91,9% la considera un rifugio sicuro e l’87,2%, la ritiene adeguata e confortevole.
La casa rassicura, tranquillizza e appaga chi la possiede, nella cui vita acquista sempre maggiore centralità, diventando sede multifunzionale di attività non più solo tipiche della vita familiare.
Da un recente Rapporto Censis-Federproprietà è emerso il legame saldo e proficuo che ci lega alla nostra casa, la quale ha dato evidentemente buona prova di sé durante l’emergenza sanitaria: la casa “non ha mai avuto un valore sociale così alto”.
Anzi, a essa dobbiamo non poco per la tenuta sociale che il Paese ha sempre manifestato nei momenti di grave crisi: gli stessi giovani “sognano ancora di comprare una casa”, che si conferma anche per il futuro uno “straordinario stabilizzatore sociale”.
Eppure, le cose cambiano quando si passa al portafoglio: per la manutenzione, per esempio, siamo molto più attenti alla nostra auto. O meglio, continuiamo a investire volentieri sulla nostra abitazione, ma perlopiù per interventi di abbellimento o di adeguamento degli spazi: probabilmente perché si tratta di spese che trovano riflesso diretto nei valori immobiliari.
La maggioranza dei proprietari non considera (più) l’acquisto di una casa come il migliore investimento e i tre quarti ritengono eccessive le spese (e le tasse) per l’abitazione: del resto quanto successo nel 2022 ha lasciato il segno. Prevale in generale la percezione che il valore soggettivo di un bene così essenziale non trovi un adeguato riscontro di mercato.
L’84,4%, tuttavia, si dichiara pronto a rendere la propria casa più sostenibile. Perché allora la Direttiva Europea, cosiddetta “Case Green”, sta suscitando così tante reazioni? Si tratta di una sfida di quelle epocali, ma non velleitaria; temeraria, ma non inaspettata, né sconosciuta e neanche discriminatoria: altri Paesi partono peggio di noi, almeno come mole di investimenti da sostenere. Va affrontata come un’opportunità unica, non subita come un sopruso, usando maturità e realismo, senza barricate o “rimandismo”.
Gli italiani sanno vincere le sfide “impossibili”, soprattutto quando è in gioco un patrimonio così intimamente impresso nel nostro Dna. Anche lo Stato ha già dimostrato di saper fare la sua parte (talvolta anche troppo), così l’Europa, le imprese e gli altri attori.
Si creerà lavoro, ricchezza, valore: è una responsabilità cui non possiamo sottrarci, anche verso le “future generazioni”, come ora ci ricorda autorevolmente la Costituzione.
L’importante è stabilire le regole del gioco. Che siano semplici, ma soprattutto stabili: una sfida così richiede una solida prospettiva di lungo periodo, senza improvvisazioni, ne’ strappi.
L’ultimo Rapporto Enea segnala che la qualità energetica di un immobile pesa solo per l’8,9% sulla scelta di acquisto e che incontra ancora importanti blocchi: la riluttanza a sostenere un costo aggiuntivo certo per un beneficio incerto, il timore che tale onere non sia sufficientemente ripagato da risparmi, lo scetticismo rispetto all’utilizzo degli incentivi statali.
Gli stessi enti creditizi ammettono nel 45,8% dei casi la difficoltà a finanziare. Ecco allora le possibili chiavi di sblocco: i benefici, i costi, i risparmi.
I benefici devono essere tangibili: indiscutibili quelli ambientali, sui quali gli italiani sono già sensibilizzati, sapendo che le nostre case inquinano e consumano in maniera ormai non più sostenibile.
Su quelli economici c’è invece bisogno di rassicurazione e di segnali da parte del mercato immobiliare, che oggi ancora non dà risposte incoraggianti. Anche sugli incentivi statali servono risposte: occorre sapere quanto spenderemo e come.
Il coacervo dei bonus a pioggia degli ultimi anni ha lasciato un senso generale di diffidenza, più che di apprezzamento, nonostante i suoi innegabili effetti positivi: però almeno ora possiamo fare tesoro di quell’esperienza.
I risparmi, immediati e rilevanti, devono essere esplicitati e comunicati in rapporto agli investimenti, che con essi si ripagano velocemente. Ci sono già anche schemi contrattuali rodati per condividere i risparmi e consentire alle imprese di coinvolgersi negli investimenti.
D’altra parte perché non intervenire a monte sull’emorragia, piuttosto che cercare di tamponarla continuamente? Quella sì che è una patrimoniale occulta sulla casa, in favore però di Paesi come l’Algeria o l’Azerbaijan, da cui arriva il gas per i nostri termosifoni.
Dunque prepariamoci al meglio: si partirà ancora dai “più fragili”, da quello stock di oltre due milioni di immobili di classe G, in condizioni “mediocri o pessime”. A proposito, la governance: non ci vorrebbe un altro generale Figliuolo?








