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Per la difesa europea si prevedono tempi lunghi | L’analisi di Stefano Folli

La questione della difesa europea – commenta su Repubblica Stefano Folli – si è fatta impellente in termini politici, ma sul piano pratico, se si parla di interventi concreti e di chi li decide, i tempi restano lunghi. Come è sempre accaduto nel corso degli anni.

C’è, è vero, il senso di urgenza provocato dal disprezzo manifestato da Trump verso gli alleati (forse ormai ex), ma è difficile credere che basti a sanare le contraddizioni e gli interessi diversi che sono in campo, in attesa di essere ricomposti in qualche dichiarazione di buona volontà.

Al momento l’Italia si aggrappa alla Nato e tenta di ricondurre la crisi all’interno della cornice atlantica.

È quello che farà nel vertice di Londra, giovedì 6 marzo.

Del resto, l’organizzazione non è stata smontata; anzi, il nuovo segretario Rutte, olandese, ostenta a ogni occasione un sorridente ottimismo a favore di telecamera.

Magari avrà avuto da Trump qualche rassicurazione in più di quelle che sono state date ai vari governanti europei.

La linea americana resta quella dei contatti bilaterali con le capitali, ma si capisce che l’amministrazione fa di tutto per non essere coinvolta nel dopoguerra ucraino, se si discute di presenza militare.

Il fatto che l’esecutivo di Giorgia Meloni si preoccupi di salvaguardare il vecchio principio dell’intesa euroatlantica, adattandola – e non si sa ancora come – al terremoto trumpiano, non è sufficiente a garantire un ruolo all’Italia.

Ma è ancora la strada più razionale.

Non è realistico che il governo di centrodestra si accodi alle iniziative francesi, peraltro ancora in larga misura da precisare.

È vero che la tentazione della “terza forza”, un’Europa “gollista” posta in mezzo tra Usa e quella che un tempo era l’Unione Sovietica, è stata a lungo coltivata dal vecchio Movimento Sociale.

Ma da allora molta acqua è passata sotto i ponti.

Il governo Meloni ha scelto la lealtà atlantica e oggi, incredibile a dirsi, è messo in difficoltà dal colpo di testa trumpiano, alla ricerca di un negoziato diretto fra i tre “imperi”: Stati Uniti, Russia e Cina.

Con il rischio di essere messo nel sacco da un nuovo patto tra Mosca e Pechino.

Per il momento, quindi, l’asse euroatlantico, certo da restaurare, rimane il cuore della politica estera del nostro paese.

E in Europa il primo interlocutore è il nuovo cancelliere tedesco, che tra un mese o poco più entrerà in carica.

Anche Merz parla di “indipendenza” dagli Stati Uniti, ma il suo obiettivo sembra quello di rafforzare la gamba europea della Nato, posizione vicina a quella italiana.

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